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venerdì 19 agosto 2016

L'Anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere: un saggio da gettare nel Monte Fato


A marzo di quest'anno, in seguito agli articoli su Tolkien che avevo scritto a dicembre/gennaio mi era stato chiesto, in via informale, se mi interessava trasformarli in un saggio “tolkeniano” a tutti gli effetti, da pubblicare in formato ebook.
Avevo cominciato a lavorarci in fretta, perché sapevo che con l'inizio dei corsi e degli esami non avrei avuto tempo per scrivere alcunché. Infatti, tra aprile e luglio mi sono limitato ad alcuni lavori di bibliografia, ma il saggio è rimasto fermo.
Grazie alla pausa agostiniana – la calma prima della tempesta! - spero di riuscire a completare una prima stesura, completa di citazioni, note, bibliografia.
Già; la cara, vecchia bibliografia. E' inquietante quanti studenti con laurea triennale conosco che non sappiano cosa sia Opac (il motore di ricerca bibliotecario) o che non sappiano cercare un libro tra gli scaffali, o ancora che non conoscano le basi per citare un testo. Al di fuori degli studenti di letteratura e storia, il vuoto è pressoché totale. E se lo posso comprendere per uno studente di biologia, dove il materiale è tutto su Internet e sulle pubblicazioni scientifiche, lo posso comprendere molto meno per uno studente di scienze sociali, di psicologia, di legge, di arte, di filosofia, di architettura, di archeologia, di... Insomma, mi sembra impossibile che per scrivere una tesi abbiate usato solo il materiale fornitovi dal professore, senza che questi vi spingesse ad alcuna ricerca.
Sassolino dallo stivale tolto, si può trovare anche a Trieste della saggistica tolkeniana, anche se nascosta, marginale e dispersa tra le diverse sedi.
In biblioteca Attilio Hortis trovate il saggio di Tom Shippey, nell'archivio tesi un saggio su Gollum di fine anni '90 (tesi di una studentessa di lettere), nella Quarantotti Gambini Tolkien in abbondanza come autore (Signore degli Anelli, Silmarillion, lo Hobbit ecc ecc Significativamente il luogo dov'è più presente Tolkien è dentro una biblioteca popolare, segno che non è ancora mummificato dall'intellighenzia) e infine... nella biblioteca della Scuola traduttori il saggio di Del Corso e Pecere, L'Anello che non tiene, Tolkien tra letteratura e mistificazione.

giovedì 21 aprile 2016

Il Signore dei Film - Compagnia dell'anello parte 1 (analisi)


Un mio collega d'università che possiede la televisione (o è la televisione a possedere lui? Ahimè...) mi ha subito informato sollecito che stasera trasmettono la parte uno della Compagnia dell'Anello nell'extended edition di Peter Jackson, su Italia 2, alle 21.10. 
Certo, potremmo addurre ottime argomentazioni per spiegare come non ci sia alcun sprone a guardare un film sulla televisione, sopportando l'ingestione forzata di nauseabonde pubblicità, caroselli, tagli e interruzioni inopportune, per non rammentare gli usuali sbagli nell'alternare le diverse parti (parte 2 prima della parte 1 ecc ecc).
E allo stesso modo, potremmo scrivere il solito articolo di cinquecento parole o meno in cui spieghiamo senza conoscenza di cinema, perchè cinematograficamente Il Signore degli Anelli è un brutto film, o in cui argomentiamo senza aver letto nulla di fantasy come Tolkien sia un “autore banale”. Purtroppo l'offesa senza valide argomentazioni a supportarne l'evidenza è quel genere di caratteristiche dei blog “famosi” che non riesco a replicare, come non mi diverto a gettar letame sui passanti quando passeggio in campagna.
Una lamentela pungente, un buon discorso non impedirà mai a una buona porzione della popolazione di sedersi in poltrona e guardare nonostante tutto il film dalla televisione, pur conscio di blu-ray spesso in svendita o delle opportunità sui Torrent. 
Quindi, perchè non approfittarne?
Di recente, cercando saggistica su Tolkien per un progetto, ho letto un saggio di curiosità sul making off della trilogia filmica, che spezzetta i movies in sequenze che analizza, offrendo per ciascuna i commenti del pubblico al cinema, le informazioni erudite, le curiosità più eccentriche, gli errori e le incongruenze sul set.

The Lord of the Films – The Unofficial Guide to Tolkien's Middle-Earth on the Big Screen è solo una raccolta di curiosità scritta da un fan per i fan, probabilmente pubblicata all'epoca in una qualche edizione piena di foto colorate e scritte sgargianti. Sono allegate curiosità sul merchandising, interviste a comparse ed effettisti, persino guide ai segreti sui dvd in vendita ai primi '2000.
L'aspetto davvero interessante sta proprio qui: The Lord of the Films proprio in virtù dei sui difetti, del suo essere “basso” è un ottimo termometro per l'atmosfera fantasy che si respirava tra la fine dei nineties e l'inizio di questo nuovo, perfido secolo. Sono nato nel '92, quindi potete comprendere che ora, nel 2016, passato un decennio dall'uscita del Ritorno del re (2003) mi sembra sia giunto il momento per giudicare chi/cosa/come salvare di quel periodo.
In altre parole, The Lord of the Films non interessa in quanto dice sul Signore degli Anelli, ma in quanto dice sui fan del Signore degli Anelli a inizio '2000.
Per citare un esempio tra i tanti, l'autore non sa ancora se Jackson dirigerà Lo Hobbit, che immagina un'eventualità a dir poco impossibile. Considerando l'orrido risultato, sarebbe stato meglio se il progetto fosse rimasto davvero impossibile...

Il rilascio ogni giovedì della trilogia sulla televisione dovrebbe pertanto permettermi un nuovo appuntamento settimanale, in cui commentare spezzone dopo spezzone la trilogia, usando quest'Unofficial Guide per mostrarvi dettagli che io per primo non ho mai notato.
Se non ci saranno imprevisti, ci si darà appuntamento per 6 settimane di fila.


lunedì 7 marzo 2016

J. R. R. Tolkien: Autore del secolo, di Tom Shippey.


Difendere Tolkien vuol spesso significare difendere il Medioevo: i critici favorevoli all'autore anglosassone se non percorrono il viottolo spicciolo dell'interpretazione cattolica, preferiscono il rurale, la campagna, quel medioevo certo così violento, eppure così incontaminato.
In realtà, è Tolkien stesso a specificare nel Signore degli Anelli il suo amore per gli oggetti creati dall'uomo, per le invenzioni belle, ma ingegnose, per l'artigianato così come per l'industria.
Gli anelli magici, che siano elfici, dei nani o degli uomini sono in primo luogo tecnologie, manufatti di artigianato che vengono creati e forgiati grazie all'abilità di un artista inventore, quale Celebrimbor.
In occasione del compleanno di Bilbo, i giocattoli dei nani sono considerati “meravigliosi”, al punto che i giovani hobbit “scordavano di mangiare”, perché sono oggetti di natura meccanica. Come chiaramente spiega il narratore onnisciente, la grande capacità ingegneristica dei nani permette giocattoli semoventi, parzialmente automatizzati.
Saruman, in tal senso, non è cattivo perchè usa la tecnologia; al contrario, perchè la usa eccessivamente, sfruttandola all'esagerazione, pervertendola allo solo scopo militarista.
E' l'(ab)uso della tecnica, l'incriminato per Tolkien.
Tom Shippey, in J. R. R. Tolkien autore del secolo (XX, si intende...) argomenta in modo magistrale questo punto:
La prima interpretazione è sicuramente l'ingegnosità meccanica, un artigianato che si trasforma in abilità ingegneristica. Barbalbero dice di Saruman che ha “un cervello fatto di metallo e ingranaggi”: i suoi orchi impiegano una specie di polvere da sparo al Fosso di Helm; e in seguito usa contro gli Ent qualcosa di molto simile al napalm, forse (secondo le memorie belliche di Tolkien) un Flammenwerfer. Dal punto di vista etico tutto questo potrebbe rimanere neutro, e Tolkien ha sempre avuto nella sua vita una forte simpatia per i comportamenti creativi (si pensi alla forgiatura dei Silmaril e “l'amore per le cose belle costruite dalla mano e dall'ingegnosità e dalla magia”, il “desiderio dei cuori dei nani” che Bilbo comprende per un istante ne Lo Hobbit).

lunedì 28 dicembre 2015

Un Anello per leggerli, un Anello per guardarli, un Anello per giocarli.


Alcune volte, quando si legge un libro che si ha già letto o di cui si è già visto il film, è difficile sottrarsi dal fare paragoni. A comparare l'immagine mentale dei personaggi con l'immagine filmica, teatrale, o fumettistica. A chiedersi inoltre se i due personaggi, il protagonista del film e il protagonista del libro, siano diventati un tutt'uno, o siano ancora ben marcati.

E' ovvio che più il film sa riassumere l'essenza del libro, più i contorni si sfumano e confondono. 
Di rado un brutto film cancella la bella esperienza del libro da cui è tratto. Qualche attore può restare “incastrato” nella sostanza cartacea, narrativa del libro, un volto, un'espressione, una scena... Ma è raro si rimuova interamente il ricordo della precedente lettura.

Mi pongo questi quesiti, perchè nel caso del Signore degli Anelli la questione è incredibilmente complessa. Non c'è dubbio al riguardo, a dispetto de Lo Hobbit, la trilogia di Jackson riassume con incredibile fedeltà la vicenda di tutti e tre i libri, specie se li si guarda con il coadiuvante dell'edizione estesa. Jackson (assieme all'indispensabile, per sua stessa confessione, aiuto della moglie sceneggiatrice) ha saputo cogliere le parole e i discorsi più rappresentativi di tutti e tre i capitoli, rivitalizzando nel contempo alcune scene sbiadite nel libro e tagliando alcuni dettagli sgradevoli, come i deliri sulla purezza del sangue numeroano.
Mentre rileggo Il Signore degli Anelli, non posso perciò esimermi da un continuo confronto mentale tra le scene dei film e dei libri, e in alcuni casi addirittura dei videogiochi.
Alcuni volti restano, altri vedono il ritorno del re di come li immaginavo una volta.
In primis, a suo tempo avevo terminato la lettura del Signore degli Anelli in tempo per la visione al cinema del Ritorno del Re. Dunque la terza parte rimane per me incorrotta dalla celluloide e i personaggi, da Faramir, a Denethor, alle lande di Mordor, rimangono molto diversi dalla versione filmica.
Diversi non vuol dire migliori: per me Faramir era uno smilzo uomo vestito alla Robin Hood e Mordor una terra industriale, una wasteland di crateri e pozzi che non sfigurerebbe nelle Fiandre della Prima Guerra Mondiale.
Frammenti della Compagnia dell'Anello e delle Due Torri rimangono “estranee” al film e pertanto nella mia mente vedono un grottesco cambio d'abiti: il Frodo pre film sostituisce nella pausa sulle Tumulilande il Frodo post-film ed è un po' come vedere delle controfigure darsi il cambio su una scena. Sono sicuro vi sarà capitato questo genere di confusione. E' anche il motivo per cui tutta la prima parte nella Contea fino a Brea riveste per me tanto interesse. E sempre per restare nei Decumani, aver tagliato il ruolo di Saruman e dei furfanti nel devastare la Contea è stato un grave errore: nel libro chiude perfettamente il tradimento finale a Frodo, con il richiamo omerico all'Odissea. Ulisse s'illude d'aver terminato le sue imprese, ma sorpresa delle sorprese la sua casa è invasa dai (porci) Proci e non resta che un sanguinoso massacro. Ugualmente, la terra natale dei quattro hobbit è una landa distrutta e violata da (porci) Furfanti e non resta che una sanguinosa battaglia.
Alcuni volti s'intestardiscono e rimangono: Samvise Gamgee per me sarà sempre Sean Astin, così come Viggo Mortensen Aragorn, Sean Bean Boromir e Ian McKellen Gandalf. Già il personaggio di Gimli è un diverso discorso, perchè viene ridotto a macchietta nelle Due Torri, meccanismo comico che manca totalmente nel libro in cui la sua amicizia con Legolas mantiene invece un peso di tutto rispetto.
Sempre a questo proposito, è un vero peccato che si sia persa la storia d'amore tra Faramir ed Eowin, nonostante nel libro alla fine la sminuisse, perchè di fatto la relegava nel suo ruolo “naturale” (per Tolkien) chiarendo la fine dell'anomalia della guerriera femmina (di nuovo, per Tolkien).
Infine, Gollum resta Gollum. Inclassificabile, sia su carta che su schermo.

lunedì 21 dicembre 2015

A spasso per la Contea: birra, funghi e Tom Bombadil


Non ho idea se, come il sottoscritto, amate tenere un certo numero di libri a portata di mano sul tavolo o sul comodino per poterli consultare o sfogliare in quei momenti della giornata in cui siete preda della noia, dell'indecisione o di entrambe le cose. Sfogliare un libro e leggerne stralci a caso è uno dei più soddisfacenti diritti del lettore.
Ultimamente sono tornato a rileggere Il Signore degli Anelli e dopo essermi accorto di aver letto di fila diversi capitoli delle Due Torri ho deciso che era tempo di una sana rilettura.
Al momento il mio entusiasmo si è perso da qualche parte nel capitolo di Frodo e Sam sulle paludi, ma per amore della brevità concentreremo l'attenzione di questo articolo sulla Compagnia dell'Anello, dal compleanno di Bilbo all'arrivo a Gran Burrone.
Cito i passi dall'edizione in mio possesso, la Bompiani del duemila a cura di Quirino Principe e con l'introduzione di Elemire Zolla. Ignoro se sia mutato qualcosa nei termini delle edizioni più recenti. So ad esempio che ne Lo Hobbit cambiano spesso il nome dei Vagabondi, che diventano alle volte Troll, Uomini Neri e così via... Ma non so molto della filologia tolkeniana in Italia e dunque se c'è un esperto tra i lettori, raccontatemi pure come sono mutati nel tempo le traduzioni di nomi e personaggi.

Spesso, rileggendo fantasy che nell'infanzia trovavo avvincenti, rimango deluso.
Nel caso di Tolkien non ne ho mai veramente abbandonato la lettura e devo ammettere che come lo trovavo eccellente a undici anni, lo trovo altrettanto a ventitré: il flusso di pensieri, dialoghi e ambientazioni scorre senza mostrare minimamente la sua età, anzi arricchendosi a ogni rilettura di ulteriori strati di storia, miti e canzoni. La solidità del worldbuilding del professore di Oxford resta davvero solida, a dir poco maniacale persino nella sua opera meno lirica (se comparata al Silmarillion...).
Il gergo di elfi, nani e hobbit suona naturale e l'unica sbavatura è tra gli umani di sangue reale, come Aragorn, i cui scambi di parole oscillano pericolosamente tra l'epica e il ridicolo, specie quando elencano per mezza pagina, senza un istante per tirare il fiato titoli nobiliari, alberi genealogici e nomi guerrieri. Inoltre l'insistere sulla purezza di sangue dei Dunedain, per quanto comprensibile nell'ambito della mitologia medievale cui si fa riferimento, è decisamente malsana.
Discorso (musica?) diversa per le canzoni, che odiatissime quando le leggevo da bambino le trovo oggi uno degli inserti più interessanti, che avevo colpevolmente trascurato. Almeno nella Compagnia dell'Anello si può notare come gli argomenti prevalenti, persino tra i borghesi hobbit, siano malinconia e rimpianto: si parte con le prime strofe in cui si descrive un'elegiaca felicità, legata a una donna, un paesaggio, la vita quotidiana, per poi stravolgerla nell'avventura o nella tragedia di un male che proviene da fuori. Nelle ultime strofe, ci si riallaccia così alla felicità iniziale, ora rimpianta: l'Era degli Uomini non nasce per un rinnovato vigore della razza umana, ma per il decadere inarrestabile di ogni razza che lentamente scompare nelle brume del tempo.
Un'Era di trapasso, una vittoria di Pirro. Almeno così l'ho intesa dalla rilettura del primo libro: non sono gli uomini a farsi grandi, ma elfi e nani a farsi “piccoli”.
Lo stile di scrittura di Tolkien resta comunque diverse spanne (uso le unità di misura britanniche, considerando l'argomento...) sopra la media sia dei suoi contemporanei che dei nostri: basti confrontare l'orrido stile di Lewis alla finezza di Tolkien, per accorgersi del confronto.
Moorcock stesso, nel sopravvalutato manifesto Epic Pooh, ammette che Tolkien è quantomeno superiore al tono legnoso di Lewis, criticandolo comunque per il suo tono sdolcinato e al fondo paternalista, un provinciale inglese.
Consiglierei la lettura del manifesto, perché se ne parla spesso senza averne davvero cognizione: non c'è infatti quella distruzione del professore di Oxford che tanto diverte i Tolkien haters, ma al contrario un'analisi a tutto tondo molto più vasta ed estesa di quanto si possa supporre.

Il Cavaliere Nero, di John Howe. 

martedì 16 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 12-19)


Siamo arrivati in extremis con l'uscita di domani de Lo hobbit - La Battaglia delle cinque armate - all'ultima lezione. Si tirano le fila dei temi trattati, si approfondiscono alcune filosofie e si scherza un po'. Non dimenticate di commentare che v'è sembrata questa guida e di condividere con chi interessato. :-)

La fuga è terminata. Malaticci e bagnati, i nani sono giunti a Pontelagolungo, dove vengono accolti dal Governatore con grandi feste. Tolkien lascia abilmente sottintendere come sia l'oro e la ricchezza dei vestiti di Thorin a convincere il Governatore più della sua effettiva fiducia nel compiersi della profezia.

« Thorin, figlio di Thrain, figlio di Thror, Re sotto la Montagna! » disse il nano a voce alta,pieno di maestà nonostante i vestiti laceri e il cappuccio infangato. L'oro gli brillava attorno
al collo e alla cintura; i suoi occhi erano scuri e profondi.

La profezia che ricorda Thorin è una leggenda popolare che ogni singolo uomo di Lago Lungo conosce e le reazioni all'idea che si avveri risultano frenetiche. L'ingenuità della gente è palese. Nessuno, tranne Bilbo e gli elfi, sembrano ricordarsi che prima di poter agguantare l'oro, sarà necessario uccidere Smaug... il Governatore in tutto ciò svolge il ruolo del sindaco affarista. che cerca di approfittare dell'occasione come meglio può, cavalcando da buon populista l'entusiasmo della folla. Non c'è la minima traccia dell'atmosfera Jacksoniana, inutilmente stiracchiata nel personaggio di Bard e nell'intromissione di Tauriel. I nani stessi si riprendono dopo una settimana di mangiate e bevute, pronti per dare l'assalto alla montagna.

Allora il Governatore esitò e rivolse lo sguardo dall'uno agli altri. Il re degli Elfi era molto
potente da quelle parti, e il Governatore non desiderava che ci fosse ostilità tra loro, né faceva gran conto delle vecchie canzoni, perché tutta la sua attenzione era rivolta al commercio e ai
pedaggi, ai carichi e all'oro, e proprio a questo doveva la sua posizione. Altri tuttavia erano di
diverso parere e la questione si risolse rapidamente senza di lui: la novità si era diffusa come
il fuoco dalle porte della sala per tutta la città. La gente gridava dentro e fuori, e le banchine
si riempirono in un baleno. Alcuni cominciarono a cantare ritornelli di vecchie canzoni che parlavano del ritorno del Re sotto la Montagna; che fosse ritornato il nipote di Thror e non
Thror in persona non li preoccupava minimamente. Altri si unirono al coro e il canto risuonò
alto e chiaro sopra il lago.

Paradossalmente colui che meno prende sul serio la profezia è proprio il Governatore, mentre persino gli elfi sono all'improvviso impauriti: com'è possibile che questi nani siano sfuggiti alle prigioni reali? E come mai la profezia non fa il minimo cenno a quell'essere chiamato Bilbo? Scherzi a parte, gli zatterieri di Thranduil sono gli unici che, assieme a Bilbo, capiscono il pericolo di risvegliare il drago Smaug.

Il racconto della profezia permette inoltre di tornare all'argomento “fortuna” (o fato, o progetto divino...) A Thorin basta presentarsi a Pontelagolungo e dichiarare di essere il re sotto la Montagna della profezia, perché le guardie del Governatore corrano fuori, a guardare incredule se l'oro cominci a scendere dalle montagne, mentre ogni abitante si dà all'improvviso alla baldoria. C'è un'immensa forzatura qui, come in altre parti del testo, nelle reazioni della gente. Per quanto popolare fosse la leggenda, non è realistico che gli uomini di Lagolungo “abbocchino” tanto facilmente.

Non serve inoltre sottolineare l'immensa catena di coincidenze che permette loro di arrivare direttamente il giorno di Durin, in tempo perché la porticina incastonata nella montagna si apra secondo le istruzioni delle lettere lunari. Il tordo è, come Bilbo, uno strumento (benevolo e inconsapevole, beninteso) del Fato.


venerdì 12 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 8-11)


Per forza di cose nelle quattro lezioni a disposizione Corey Olsen forza il ritmo, spinge il pedale sull'acceleratore. Ecco allora alcuni capitoli trascurati a favore di altri, cercando d'inseguire il filo rosso di diversi temi portanti: il Fato, l'anello e il protagonista Bilbo. Per forza di cose dunque il mio riassunto può ritornare sui suoi passi o dare per scontati diversi passaggi della trama.
Spero che nell'insieme l'analisi non si confonda troppo...

Ancora prima che i nani entrino a Bosco Atro, sanno che è un luogo pericoloso, molto pericoloso. Non solo per gli avvertimenti di Gandalf, ma sopratutto per Beorn, i cui consigli suonano affatto rassicuranti:

« Ma la vostra strada attraverso Bosco Atro è scura, pericolosa e difficile » egli disse. « Non è facile trovarvi né acqua né cibo. Non è ancora la stagione delle noci - anche se in verità potrà essere arrivata e passata prima che arriviate dall'altra parte del bosco - e le noci sono più o meno le sole cose buone da mangiare che crescono là dentro: tutto il resto è selvaggio, oscuro, strano, feroce.»

L'interlocutore è Beorn! Un mutapelle mostruoso e violento, che non attacca la compagnia di nani solo per l'astuta tattica di Gandalf di far entrare i nani uno a uno, dosando il discorso man mano. Altrimenti avrebbe impalato le loro teste sulla staccionata, come puntualmente mostra di fare con il Grande Goblin e il leader dei Mannari. Insomma, Beorn, l'essenza della ferocia, è impaurito da Bosco Atro. Servono davvero altri avvertimenti?
Il pericolo è inoltre diverso perché insidioso, sottile. Lasciare il sentiero espone a seri rischi, ma contemporaneamente non si può non lasciare il sentiero a meno di morire di fame. Tra Bombur addormentato e allucinazioni varie, Bosco Atro gioca una sporca guerra psicologica sulla psiche dei tredici nani (e un hobbit!).


mercoledì 10 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 5-7)


Al momento di scrivere questa guida uso come riferimento cartaceo la mia edizione de Lo hobbit, l'Adelphi dell'ottobre del 2001. Presenta una traduzione nell'insieme datata se confrontata con la versione filmica, ma personalmente apprezzo certi tentativi di traduzione. Tranne che per noi maledetti nerd, la denominazione uomini neri rende molto più che il semplice troll. Mi sono anche accorto che chiama “orchi” quelli che ho chiamato goblin nell'episodio precedente, ma confido che la maggior parte dei lettori sia familiare con queste distinzioni. D'altronde che sia “Grande Orco” o “Grande Goblin” il senso è lo stesso. Se proprio vogliamo cercare le sottigliezze, “goblin” accentua l'aspetto scherzoso e dispettoso degli orchi delle Montagne Nebbiose, che sono minuscoli e gracili rispetto ai loro palestrati fratelli a Mordor. 
E dopo questo preambolo, via con la seconda lezione del nostro Olsen...

Prima di analizzare il dialogo tra Bilbo e Gollum con la susseguente gara di indovinelli, è interessante osservare Granburrone (o Rivendell, se preferite) com'è visto dalla prospettiva di Bilbo. Come spiega il professor Olsen, Lo hobbit è il diario di Bilbo letto da Frodo; il narratore intravede tutto da una prospettiva strettamente hobbit. Di conseguenza quello che a Bilbo, o nel Signore degli Aneli a Frodo, può sembrare ridicolo, per gli elfi può essere d'importanza fondamentale. D'altronde già nell'approssimarsi a Granburrone, Bilbo pensa:

<< Mmmm! Sento odore di elfi! >>

E dopo quest'indecoroso collegamento tra elfi e cibo, segue una canzoncina che difficilmente possiamo attribuire all'altera razza elfica che caratterizza il Silmarillion:

Dove andate, dove andate
con le barbe scarmigliate?
Come mai, vi domandate,
come mai vi ritrovate
Mister Baggins, Balin, Dwalin
nella valle
questa estate?
ahaha!
Qui restate o ve ne andate?
Spersi i pony, cosa fate?
Muore il dì, non progettate
di partir: sono mattate!
Tanto bello è se restate
ed attenti ci ascoltate,
fino all'ore più inoltrate,
a cantare le ballate!
ahaha!

Risate e lazzi, nondimeno incastonate nella versione inglese dentro una struttura metrica formidabile. D'altronde il narratore-hobbit annota subito dopo:

Così ridevano e cantavano tra le fronde degli alberi; so bene che voi le giudicherete graziose sciocchezze. Non che gliene importerebbe; semplicemente, riderebbero ancora di più. Erano elfi, beninteso.

Elrond stesso, per quanto regale, svolge una particina di scarso rilievo nell'intero romanzo.
Vero, al termine del libro interviene e senza dubbio è la chiave per molti enigmi narrativi de Lo hobbit, ma se confrontato con la versione filmica è sminuito, relegato nei panni di un vecchio elfo saggio, che dispensa consigli in accordo con Gandalf.
Siamo anni luce distanti dall'eroe in armatura che affetta orchi su lupi (sic).

Granburrone secondo Ted Nasmith

lunedì 8 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 1-4)



Open Culture, il noto portale che offre contenuti legalmente scaricabili di filosofi, scrittori e in generale umanisti, ha un unico difetto, che d'abituale curioso sento molto: non esiste materiale intermedio tra lettore e autore. 
Prendiamo un filosofo quale Nietzsche. Complicato. Complesso. Indecifrabile, quasi. Affrontarlo senza il fuoco di supporto di manuali e guide di chi ne capisce – per forza di studi – più di te, è indispensabile. Un classico, che sia un tomo di filosofia o un testo cardine di un genere quale il Signore degli Anelli di Tolkien, non si può affrontare senza aiuto.
Chi giudica un filosofo dalla sola lettura dei suoi testi, senza un set di strumenti in grado di scassinarlo, interpretarlo e analizzarlo è uno sciocco. Finirà per trovare un'ingenua passione per filosofi che a naso sente “realisti” o “scientifici” o al contrario per citarli a sproposito, per trarne aforismi che sente misteriosi e densi di significato. Senza per altro che questo significato sappia spiegarlo.

The Tolkien Professor, di Corey Olsen sono una serie di lezioni tenute su Tolkien. 
Non hanno il valore d'un saggio critico, né di un corso professionale. E' tuttavia una confusa, ma appassionante analisi della poetica di Tolkien, narrata in una serie di podcast che sono registrazioni delle lezioni dal vivo. Olsen usa un inglese semplice e lineare, inframezza di battute le sue conversazioni e in generale è un oratore loquace e piacevole. L'analisi parte dal Silmarillion, per scendere a Lo hobbit e arrivare infine alla trilogia del Signore degli Anelli. 
Tuttavia, you know, è pur sempre inglese...

Ho pensato perciò in occasione dell'ultimo film di Jackson di trarre da queste lezioni una serie di articoli. Tolkien non è un filosofo, almeno non nel senso convenzionale del termine. E non c'è testo più facile e fluente de Lo hobbit. Nondimeno, penso che un'analisi attenta de Lo hobbit possa interessare i curiosi. La sfida in questo caso non è comprendere un romanzo che brilla proprio per la sua facilità d'accesso, ma piuttosto indagare i meccanismi che ne azionano le diverse componenti. Scoprire pertanto l'inganno di una semplicità tutt'altro che semplice.

Ovviamente eventuali errori sono dovuti al sottoscritto e non al professore. 
Non voglio in nessun modo sostituire eventuali “specialisti” (brutta parola!) della materia.



La prima precisazione da fare concerne il diverso punto di vista che intercorre tra Silmarillion e Lo
hobbit. Il Silmarillion, come gli sventurati che l'hanno letto sanno bene, ha uno stile aulico e verboso. Al contrario, Lo hobbit presenta uno stile di scrittura morbido e semplice, adatto alla lettura dei più piccoli senza risultare lezioso.
Questa differenza di stile in realtà costituisce una spaccatura non soltanto per diverse esigenze editoriali, ma riflette il diverso Pov dei personaggi protagonisti. Coerentemente con gli elfi che lo popolano, il Silmarillion è narrato dalla prospettiva estetizzante e aliena di un eldar, pertanto seguendo gli stilemi dell'epica, con abbondanza - ahimè stancante - di nomi e titoli. 
Come lo definisce il professore, è un "elven document".
Lo hobbit invece possiede un narratore con prospettive, filosofia e sopratutto linguaggio assolutamente “hobbit”. Il punto di vista è legato alla creatura “hobbit”, pertanto a un bipede nano con abitudini e usanze tipiche della borghesia rurale ottocentesca inglese. Lo stile dunque non può che diluirsi, eliminando ogni parola difficile in favore di un modo di scrittura pianeggiante e tranquillo. Tolkien rifiuta di degradare l'epica del Silmarillion per accontentare i bambini. Al contrario, muta radicalmente il linguaggio per venire incontro alla prole e al contempo adeguarsi realisticamente al punto di vista di Bilbo, un semplice hobbit.
Il Silmarillion, dunque? Un documento elfico, una ballata epica.
Lo hobbit? Il diario di Bilbo, un giovane halfling della Contea.

Scompaiono dunque i riferimenti a Iluvatar e ai Valar che abbondavano nel Silmarillion, preferendo invece un approccio più terra terra, dove le avventure sono”brutte cose che fanno arrivare tardi a cena”. Bilbo non è un elfo: non adora la guerra. Al contrario rimpiange il bacon, l'erba-pipa, il thè. Non poteva esserci mutamento più radicale.

mercoledì 14 maggio 2014

La pochezza dei romanzi per bambini


Una delle cose che più rattrista nell'età contemporanea, è quanto siano diventati patetici i nobili intenti degli scrittori per bambini. Secoli di pedagogia hanno ampiamente convenuto che i bambini sono "spugne; assorbono di tutto!". Che sono facilmente influenzabili nel comportamento e nel modo di fare da quanto viene loro insegnato, trasmesso, e non ultimo da quanto leggono.
I libri per bambini plasmano l'adulto che diventeranno, se non al 50%, cerchiamo di stimare quantomeno un 5, 10%. Ovviamente molto dipenderà da quanto legge, come, perché, dove... Tantissime variabili. 
Ma l'influenza che un romanzo per bambini può esercitare è forte e immensa.

E dunque, posti di fronte a tutto ciò, come reagiscono questi "romanzieri-pedagoghi"? 
Male, direi. Malissimo. In primo luogo, per quanto non si può, ovviamente, far leggere D'Annunzio a un bambino delle elementari, questo non vuol dire si debba sprofondare nell'idiozia linguistica. Dovete scrivere un romanzo semplice, non un handicappato mentale che mugola con quattro parole in croce. Esistono una cosa chiamata "Note a piè di pagina”. Le capisce un adulto, può capirle benissimo un bambino. Se siete indecisi se ripetere l'ennesimo termine trito e ritrito, o infilarne uno nuovo, infilate quello nuovo, e vicino aggiungete una semplice annotazione: Significa bla bla Ora imparalo, lettore bambino. Progredisci veramente.

In secondo luogo, ed è l'appunto più desolante: proprio perché il bambino assorbe di tutto, non vedo perché
dobbiate proporre l'ennesimo scenario "cittadino", "attuale", con un protagonista (ovviamente) "bambino". Basta! Quando Tolkien scrisse un romanzo per bambini scrisse quel fottuto capolavoro de Lo Hobbit , non un romanzetto giallo con un bambino che viveva nella campagna inglese con un padre imprenditore e una madre segretaria "con l'hobby della cucina". Rabbrividisco all'idea. Scrisse invece di una piccola razza con piedi pelosi che viveva in un mondo fantastico razionalmente creato, con una trama e personaggi nell'insieme più che complessi e caratterizzati. Ripeto: non scrisse nessun edificante romanzo con protagonisti dei "bambini". Scrisse un romanzo con protagonista un "Hobbit" con ben nove "Nani" al seguito, in un'ambientazione straniante. Come on'! I bambini non sono deficienti (lo sono però i "fan" cinquantenni che citano Tolkien come il Dogma o la Rowling come l'Essenza Ultima), potete inserire il vostro messaggio "edificante" in una cornice molto più piacevole del giovane mago/studente/cavaliere/vampiro nell'ennesima scuola anonima/ villaggio/paesino di campagna (sic!).

E sempre a proposito del messaggio "edificante", terzultimo punto. Non serve. Non perché non si debbano trasmettere degli ideali. Ma proprio in virtù degli ideali stessi; se sentite di doverli "trasmettere" vuol dire che non li sentite davvero. Altrimenti li avreste già interiorizzati, resi parte di voi. Non sentireste di dover inserire qualcosa, verbo "inserire” che d'altronde già denuncia ampiamente quanto sia "estraneo" quest'inserimento. Non c'è bisogno di specificare che un romanzo per bambini debba avere tra i suoi messaggi l'amicizia. E' ovvio, che debba essere così. Nella storia che andrò a costruire, mi verrà "naturale" inserire temi quali l'amicizia e l'onore. Non dovreste accorgervene neppure, d'inserire tematiche del genere: dovreste piuttosto concentrare l'attenzione sulla storia, sul fluire degli eventi, delle situazioni. Non ripeto, sul "messaggio" che se sentite davvero l'ideale che volete trasmettere, esso verrà da solo.

Certo, è pieno di uomini vuoti, a questo mondo. E' possibile che vogliate "non comunicare alcun messaggio". La neutralità vigliacca che tutti amano, in questo tempo. In tal caso, rassicuratevi: state già trasmettendo un messaggio, ed è il trito conservatorismo tollerante e capitalista, l'ennesima fantasia liberale (no, purtroppo non è il fantasy tradizionale; è senza elfi, o nani: troppo nobili e idealisti i primi, troppo proletari e solidali i secondi). Una citazione di Tolkien, sebbene non pertinente al cento per cento riassume bene l'atteggiamento d'assumere:

Tolkien, a proposito della domanda: << E' vero? >> osserva come << Non è una domanda cui si possa rispondere in modo avventato o distratto >>.
Egli aggiunge che molto più importante, per il bambino, è la domanda: << E' stato buono? E' stato cattivo? Cioè (al bambino) sta più a cuore capire chiaramente chi è dalla parte del giusto e chi dalla parte del torto >>.

Gettate nel fuoco i vostri trattatelli di psicologia e le vostre piccole, meschine intenzioni di scrivere "solo" un romanzo per bambini. Proprio perché per bambini, quel romanzo necessariamente dovrà essere costruito con estrema cura, attenzione e serietà. Nella mia (probabilmente dispotica^.^) Repubblica Ideale, permetterei solo agli scrittori più bravi e con alle spalle le opere più eccelse, di scrivere romanzi per bambini. Troppo spesso, a passare in libreria e a gettare per curiosità un'occhiata fugace a quella sezione, trovo che il Fantasy per bambini, e il libro in generale per l'infanzia stia recedendo a narrativa di serie B, per autori in fondo un po' "bambini", che non hanno voglia d'impegnarsi.
Proprio al contrario, dovrebbero occuparsene gli adulti più adulti.

Fonti:
Il romanzo di formazione, di Franco Moretti.
Per la citazione, "Albero" di Tolkien, Come il Signore degli Anelli ha segnato la cultura del nostro tempo. 

sabato 28 dicembre 2013

Lo Hobbit (2) La Desolazione di Smaug


Quello che la gente non capisce e non capirà mai, è che lo Hobbit, pur nella rielaborazione "libera" di Jackson, non è il Signore degli Anelli. Semplice, no? Lo Hobbit precede Il Signore degli Anelli, sia nelle vicende storiche sia nella scrittura effettiva di Tolkien. Se Il Signore degli Anelli mostra i muscoli di una struttura narrativa e di un worldbuilding ammirevole, lo Hobbit viene da Tolkien scritto come favoletta per bambini, come divertissement.
Fiabetta con due palle così, se mi permettete, ma pur sempre opera minore. Distinta, perchè diversa.
Ma questo la gente non l'afferra. Leggono Peter Jackson a caratteri cubitali sui poster, guardano il trailer e pensano che Oh Oh Oh Hanno fatto Il signore degli Anelli 2! Fico! Guardiamolo!

Lo Hobbit non ha la coerenza interna del suo fratello maggiore, anzi. E' deliziosamente fiabesco. La girandola di roba in cui incorrono Bilbo&compagnia ha la stessa sostanza degli incontri casuali di D&d. 
Vera musica per le orecchie di chi ama il fantasy, ma pur sempre diverso dalle avventure di Frodo. Parecchio diverso.

La tipica coerenza di Gandalf
Quindi non mi sorprendo, se anche in questo secondo episodio fioccano le critiche di chi deluso dalle sue aspettative di vedere il "Il fosso di Helm secondo round" commenta alla splendida chiusura del film che... 
"Era meglio l'ultimo Harry Potter"
Il mio regno per la testa di quel fellone in un sacco.

A misurare poi ritmo e azione in questo secondo episodio, ci si sorprende di quanto risulti serrata l'azione, quanti eventi vengano compressi, accelerati, velocizzati. Se il primo film aveva una partenza lenta e incerta, il secondo preme sul turbo, sfracellando in un'orgia di azione ogni minimo dubbio. La regia deborda, scivola in splendidi eccessi. 
Nella scena della fuga nei barili, i nani diventano macchine di puro spettacolo. 
Rotolano, volano, s'infrangono. C'è un momento in cui il barile di Bombur si rompe e capovolto il nano usa legno e ferro come un'armatura. In quell'istante ho pensato: Wow, un nano in un esoscheletro da combattimento! Geniale! Nella stessa sequenza, Legolas saltella sulle teste dei nani come un'acrobata sui ciottoli di un fiume; o più avanti sempre Bombur- che ricordando una palla permette giochini registici del genere – piomba sul soffietto gigante delle forge di Erebor. Molti storceranno il naso. Ma io trovo che l'operazione compiuta, il senso di grottesco, di pura meraviglia, sia insostituibile.

mercoledì 4 dicembre 2013

Ventimila visite! ^_^


In realtà delle statistiche me ne frega poco. Quanto mi affascina, quando guardo quel contatore salire e scendere è ispezionare i miei soldati lettori: cercare di capire come arrivino al blog, attraverso quali tortuose strade, per tramite di quali link, immagini, condivisioni arrivino a sbirciare quel dato articolo. 

La verità sempre più amara è quanto Google ormai poco valorizzi i contenuti dei blog; forse per concorrenza sempre più forte, forse perché dal passaggio ai nuovi algoritmi qualcosa nella policy è cambiata, ricevo sempre meno visite "casuali". Un anno fa, pur ricevendo metà delle visite che ora accumulo, c'era sempre qualche buffa chiave di ricerca via immagini, qualche enfatica, bizzarra ricerca nel cuore della notte. Accennavo a un argomento di sfuggita, con poche ripetizioni, poche parole chiave, eppure qualche visitatore occasionale interessato all'argomento arrivava sempre. Al momento, invece, le chiavi di ricerca scarseggiano. Senza condivisioni, senza quegli occasionali "mi piace" avrei le palle tagliate da un pezzo.
Sul bottone "mi piace": l'avevo sempre disprezzato, ma devo dire che agisce molto bene retroattivamente, valorizzando gli articoli più vecchi. Mr Zuckerberg serve a qualcosa, per una volta.

Passando a notizie di natura tecnica.

Da qualche mese ho cambiato il titolo del blog, che è passato da "Zenoraptor" a "Cronache Bizantine". Cronaca bizantina di D'annunzio mi ha salvato il culo a un esame e ho colto l'occasione per cambiare titolo, considerando che il precedente era stato usurpato da una quintalata di spam, per non contare un account Deviant Art con lo stesso nome e un orrendo canale Youtube di un amerikano che per di più si lamentava coi suoi commentatori che gli avevo "rubato il nome".
Robe de mati.

Cronache bizantine 

Cronache bizantine, quindi! Tanto l'url è sempre lo stesso. 
Se mi avete in blogroll col vecchio titolo, cambiatelo. Pensavo sarebbe successo automaticamente, nel caso dei blog affiliati con blogspot, ma niente da fare. In ogni caso, poco cambia.

Dime Novels Romanzetti!

Accanto a sporadici racconti sto completando con lentezza esasperante due romanzi che mi bruciavano in pancia da due annetti buoni buoni. Sono ancora in fase Alpha, è pieno di bug, errori di sistema, schifezze varie, ma sento di potercela fare.
  • Katherina
Katherina in abiti civili
(in realtà mio ritaglio da un fumetto dell'Heavy metal del 92')
Avevo iniziato a pubblicarlo sul blog con l'etichetta Donne, dirigibili e brutti contadini.
In una Repubblika dove progresso industriale e classismo vanno di pari passo, capitano Katherina Jennings Tanner, comandante di Zeppellin, scopre che una rivolta di contadini nasconde in realtà una mostruosa invasione aliena... 
" Un'opera immorale!" La Regina Vittoria.
" Schifezze per chi legge su quegli elettrolibri a basso voltaggio " Dickens.
" All'Indice. Subito. " Pio IX. 
" Mi sono molto divertito " Bakunin.
" Finalmente una protagonista femminile con le palle! " Voltairine de Cleyre.
" Tutta roba vera " Cthulhu.

Suona come una cazzata, questo tentativo di sinossi? Beh, lo è, LoL.

giovedì 20 dicembre 2012

Lo Hobbit- Recensione


The Ballad of Bilbo Baggins
Compito difficile, questa recensione.
Considerando con attenzione la parola recensione, prescindere da un intrinseco ideale d'estrema oggettività è alquanto difficile. La recensione non esprime pareri, giudica. Non è una riflessione buttata al momento, è una condanna-promozione; e in questo senso scelgo di solito titoli più "morbidi" della semplice parola "recensione". Ma in questo caso, scrivendo l'articolo, mi sono accorto che stavo giudicando, e giudicando anche in modo piuttosto forte, per cui ho alla fine scelto questa parola.

Peter Jackson aggiornato alla versione 2.5.  o___O

All right, Lo Hobbit, un viaggio inaspettato. Iniziamo.

domenica 9 dicembre 2012

Ombre oscure su Hobbitville


A pochi giorni dall'uscita del film "Lo Hobbit: un viaggio inaspettato" ho bene pensato di raggruppare un po' di notizie curiose, che spaziano dalle polemiche, nei cui confronti mi permetto in totale assoluta Parzialità difendere Jackson, ad alcune riflessioni sul controverso uso del treddì e dei famosi "48 fotogrammi al secondo". 

Cominciamo dal dente guasto, ovvero dalle polemiche.
La perversa macchina mass mediatica s'era alcune settimane fa messa in moto ad accusare Jackson d'inumane crudeltà sugli animali. Presentato come l'Hannibal Lecter della situazione, il regista veniva accusato della morte e sofferenza d'oltre ventisette animali. Per esattezza riporto quanto la Peta afferma (va):
 «Due cavalli si sono rotti il collo scivolando in un burrone: uno è stato sottoposto ad eutanasia, l’altro è stato trovato morto con il muso nell’acqua. A un terzo cavallo è stata cambiata improvvisamente la dieta ed è morto di coliche. Un altro, di nome Shanghai, è stato lasciato a terra con le gambe legate per oltre tre ore perché era stato giudicato troppo attivo. Pecore e capre sono morte per infestazione da vermi o cadendo in doline mentre decine di polli sono stati uccisi dai cani»
Ora, premessa che non nutro eccessiva simpatia per gli estremisti, ancor più quando sono animalisti vegani con larga esperienza in accuse false e infondate, e necessaria ancora premessa che con tutta la mia (scarsa) empatia, fatico a trovare essere una "tragedia" la morte di "decine di polli".
Tuttavia, resta necessaria una difesa.

sabato 13 ottobre 2012

Dwarf porn!


Col tempo negli ultimi due anni lo steampunk ha lentamente colonizzato ogni mio interesse per il fantasy classico, allegramente divorando elfi hippie, nani ubriaconi e coraggiosi uomini mortali.
Ho sorvolato le foreste di Bosco Atro bombardando queste arretrate popolazioni elfiche con legioni di zeppellin, portato in punta di baionetta la civiltà dell'occidente agli arretrati orchi di Mordor; costretto alle riserve, alla prostituzione e ai circhi questi ridicoli tapperonzoli ubriachi chiamati nani.

Ho faticato tantissimo per terminare l'ultimo capolavoro (?) di George RR Martin. E non certo per cadute di stile- anche se alcuni infodump sparati inaspettatamente a metà testo non hanno aiutato- ma semplicemente perché mi ero reso conto di come questo violento mondo pseudomedievale non m'interessasse più.

Ma il fantasy è duro a morire. Prima le indiscrezioni sulla produzione cinematografica de lo hobbit, poi le prime immagini e trailer così densi del trashume firmato Peter Jackson che tanto amo. Scriveva Tolkien:
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
et cetera, et cetera...

Nonostante pale e piccozze dei miei minatori e gli escavatori alimentati a vapore, le radici erano più profonde del previsto, e così eccoci qui, a sbavare sulle nuove avventure di piccoletti che fumano erba-pipa, vestono panciotti e si divertono con anelli rubati ai Nibelunghi.