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venerdì 15 settembre 2017

Lo scrittore nerd deve sparire


Il termine “nerd” non è un concetto filosofico, non è una parola scientifica che denomina una precisa classe di oggetti, non è il prodotto di uno studio di sociologia weberiana. 
Nerd è semplicemente un appellativo che ci si lancia a vicenda, una rete acchiappa-definizioni, un pallone da spiaggia che si calcia malevoli, colpendo il malcapitato di turno. Chiunque definisce nerd chi vuole: è letteralmente impossibile dare una definizione precisa. 
Nerd può essere (era, oggigiorno?) l'appassionato di computer. O il programmatore vero e proprio. O l'appassionato di videogiochi. O il pirata informatico (esistono ancora?). Ma nerd è anche il giocatore di ruolo. Di giochi da tavolo. Di giochi di miniature. Il neckbeard che assembla modellini. 
Nerd è anche l'appassionato di cultura pop. Di fumetti. Di film di supereroi. Di film di genere. Di film horror. Di librigame. Di... certo, c'è un minimo comun denominatore, ma con lo sdoganamento e la conseguente popolarità della cultura di genere e pop(olare) il termine è più che mai volatile. 


lunedì 22 maggio 2017

A ogni genere il suo sentimento, a ogni epoca il suo fantasy


Ci si lamenta spesso come online si diano per scontate troppe cose, si presumano troppi indizi, ci si abbandoni troppo volentieri a confidenze e scambi basati sulla sola fiducia.

Non giudicare un uomo dalla sua pipa,
giudicalo dal suo tabacco
Indubbiamente, nel mio campo, se si leggono alcuni blogger per anni, articolo dopo articolo, specie tra i siti giornalieri, ci si può illudere di conoscere una persona. 
Forse è anche più facile che dal vero; tra un'immagine profilo e un articolo, tra una riflessione e una dichiarata affiliazione a un hobby, una politica, una religione, diventa possibile fraintenderne il carattere, arrogarsi il diritto di giudicare. 
Devo però ammettere, che sarà forse che non ho grandi contatti online, ma non ho riscontrato quest'arroganza tra i lettori e i colleghi blogger, almeno quei pochi che ho conosciuto. Ad esempio ho qualche contatto che commenta e che conosco da anni che raramente inquisiscono dentro questioni personali, preferendo mantenere il discorso sui reciproci interessi, pure molto seri.


Al contrario, andrebbe osservato che ci sono tante, tantissime persone che conosci di viso, che sei costretto a salutare per ragioni di elementare educazione, ma che tu non conosci e che loro non ti conoscono. 
Mi sto riferendo sopratutto ai vicini di casa/appartamento, ma rimane una riflessione aperta anche ad altri campi: conoscenze sul bus, vicini della casa dell'amico, genitori dell'amico ecc ecc
Quando forzatamente sono poi costretto a una conversazione, rimango sempre sorpreso dell'arroganza degli stessi; vi potrà sorprendere, ma se vedete una persona ogni giorno, non vuol dire che la conosciate o che sappiate chi è e cosa fa. 
Guardare una persona non equivale a conoscerla; vederla “dal vivo” non significa nulla. Ho visto lo stesso controllore sullo stesso treno per trenta giorni, ma questo non mi ha rivelato nulla sul suo carattere, sulla sua famiglia. Sopratutto non mi permetterei mai di dirgli cosa deve fare o come deve comportarsi. E' solo una persona che “vedi”; non vuol dire niente. 
Questo contorto preambolo per arrivare a dire che qualche settimana fa mi sono ritrovato in ascensore con una persona di mia conoscenza; devo ammetterlo, più la conversazione procedeva, più mi sorprendevo dell'estrema, ottusa arroganza che mi veniva esibita dinanzi. Sull'unico indizio della mia età, la sgradevole vecchia – perchè tale era – procedeva a criticare a tutto spiano, al punto che sono rimasto allibito, le mani che mi prudevano. Ovviamente, di fronte all'ennesimo esempio della pensionata che ha raggiunto la pensione solo perché era nel punto giusto al momento giusto e che occupa un appartamento vuoto tanto quanto le sue idee, non vale la pena arrabbiarsi. 
Il suo stesso comportamento era per me una condanna sufficiente. Non resta, in casi del genere, che comportarsi cortesemente, cercando di chiudere ogni contatto il prima possibile. Inutile reagire, si avvalorerebbero solo la tesi di partenza. Che incredibile arroganza, però!

Rientrato a casa, mi sono messo davanti al Pc e ho calpestato la tastiera producendo una decina di pagine di un racconto distopico. Roba hardcore, nello stile di Alan D Altieri.
Al che, mi ha colpito il nesso... La rabbia non mi aveva spinto a scrivere un articolo, non mi aveva spinto a scrivere una riflessione, una storia fantasy, un frammento mainstream. No, la rabbia mi aveva spinto a scrivere una distopia. L'ho trovato interessante: la rabbia mi aveva stimolato a scrivere di fantascienza pessimista, distopica. Tanto più che proprio qualche giorno prima riflettevo come il genere sia ormai controproducente sotto così tanti aspetti: la distopia Young Adult è un ossimoro offensivo verso le vittime reali delle dittature; come avvertimento la distopia non funziona perchè propone sempre una soluzione semplicistica; come critica del presente di solito si risolve in una generica e irrealizzabile imitazione della Nord Corea, che come stato è un “fossile”, un'eccezione.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
L'associazione di un sentimento a un genere specifico non dovrebbe sorprendere. 
Ad esempio, fino agli '40 dell'Ottocento, il romanzo come forma narrativa predominante in Italia era il romanzo storico, alla Ivanhoe. La soluzione rispondeva a criteri di praticità – superare la censura della Restaurazione – offrendo nel contempo quel divertimento apprezzato sia da chi aveva combattuto per/contro Napoleone, sia dai figli che scalpitavano per combattere ancora, mentre sul versante “nazionale” permetteva di concepire l'unificazione senza realizzarla effettivamente. 
In altre parole, il romanzo storico offriva una soddisfazione a quel peculiare meccanismo psicologico per cui si desidera qualcosa nel contempo senza volerla davvero. 
I moti del '30 e il fallimento del '48 porteranno alla ribalta il romanzo contemporaneo, ma a interessarci davvero è il romanzo che prende forma dopo l'unificazione. E' infatti impressionante constatare come gli ideali del Risorgimento crollino all'improvviso, scompaiano come niente: c'è un tentativo di unificazione linguistica con a capo il toscano, ma la disillusione è forte, fortissima, almeno per come la presenta Tellini nella sua saggistica. Come va di moda tra i culturalisti oggigiorno, si potrebbe rimproverare ai romanzieri la colpa di aver fomentato un clima pessimista con le proprie opere; per chi invece ricerca una prospettiva razionale e scientifica, diventano evidenti le magagne immense di un sistema accentrato con l'unica guida della Casa Savoia, paralizzato da letali conflitti di potere e afflitto da un analfabetismo imbarazzante, a cui difficilmente potevano far fronte i libelli e i romanzetti toscani, densi di sentimentalismo e amor di patria.
E' dunque chiaro come la narrativa disperata del periodo fosse un riflesso, un prodotto delle ansie economiche, tra crack in Borsa, fallimenti della Banca Italiana e una corruzione crescente. Per ogni De Amicis abbiamo un Verga, o per lo meno un autore Scapigliato pronto a prendersi in giro, a ricercare il brutto, il grottesco, lo psicologismo rivolto all'interiorità disinteressata alle visioni eroiche del Risorgimento.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1902)
Tutta questa pappardella, per spiegarvi come sono convinto che a ogni periodo storico, a ogni decennio corrisponda un dato genere predominante, che risulta la concretizzazione delle ansie e della struttura economica del momento. In tal senso, ritengo di poter dire con sufficiente sicurezza che la fantascienza distopica, anziché preavvertire una futura distopia, sia semplicemente la conseguenza del Crack economico del 2007 e da quel momento in poi sia stata associata per circa un decennio (2007-2017) al progressivo furore di una popolazione che si riteneva a buon ragione ingannata.
Motivazioni economiche, la “pancia”, che hanno suscitato una rabbia che sua volta si è tradotta, in un clima ancora relativamente benestante, ma velocemente eroso, in una narrativa fantascientifica a carattere distopico. Il carattere di buon attivista della distopia andava d'amore e d'accordo con la gran parte dei movimenti e dei gruppi dei successivi cinque anni, da Occupy Wall Street a Podemos.
Allo stesso modo, però, dei tanti Divergent e Hunger Games, la protesta è rimasta circostanziata, spegnendosi e risolvendosi in dibattiti sterili, dove l'ossessione per una “rivoluzione dalla rete” ha presto perso ogni contatto con la Realtà, quella con la “R” maiuscola. 
Probabilmente l'elezione di Trump è stato il canto del cigno di questo modo di pensare: migliaia su migliaia di giornalisti e blogger e attivisti intenti a fare campagna dalle proprie pagine blog, facebook, twitter... dimenticando che i sostenitori del loro nemico, Drumpf, molto semplicemente non leggevano Internet e certo non leggevano i post da loro etichettati “liberali”. La prigione della Rete ha rivelato per l'ultima volta (spero), che senza un aggancio al mondo reale non produce cambiamenti. Perchè l'Agente Smith possa incarnarsi, deve passare dalla Matrice al mondo di carne e ossa, il mondo dove a una caduta corrisponde una gamba rotta. 
La fantascienza distopica in tal senso ha dato la stura alla rabbia di quegli anni, senza tuttavia preventivarne il pericolo o fornirne una minima alternativa.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
In questi mesi, al di fuori della mia arrabbiatura, pensavo a un altro genere invece trascurato, ovvero il Fantasy. Non l'Urban Fantasy, o il Weird, o la fantascienza alla Star Wars, cioè fantasy con le spade laser: no, proprio il Fantasy inteso come un mondo parallelo al nostro, straordinario e terribile. Non per forza una landa medievale, però, sì, qualcosa di classico.
High Fantasy, insomma. Bene contro Male, nei limiti del kitsch.

Il lavoro sul mio saggio del Signore degli Anelli infatti mi ha rivelato una prospettiva che già sospettavo: Tolkien attingeva in profondità alle terre dove viveva. Non all'Inghilterra come nazione e nemmeno a Oxford come mondo universitario: ma alla regione dov'era nato, alle terre e ai pochi acri a lui circostanti. E' su quei ruderi celtici, su quelle montagne erose dal tempo, su quelle lande fangose dagli strani toponimi che ha estratto l'oro prezioso della sua narrativa. Gli studi, la filologia gli hanno fornito gli strumenti indispensabili per comprendere quel mondo, per dargli forma, per forgiarlo in un'arma narrativa formidabile. Senza la documentazione, partorisci un aborto. Senza uno stile di scrittura studiato e rielaborato e rivolto al lettore, non allo stronzo arrogante dentro di te, non ottieni niente di degno. 
Non c'è, almeno per me, alcun dubbio che la geografia e la bellezza del Signore degli Anelli derivino dalla comunità locale, dalla terra dove il professore abitava, da cui ha distillato gli ingredienti che più amava – lo si vede negli hobbit, ovviamente, ma anche negli uomini di Brea, o negli elfi di Granburrone.

Qui si pone il passaggio interessante: proprio perchè legato a un ambiente quasi “di famiglia”, suo e unicamente suo, non possiamo imitare Tolkien imitando il suo genere di fantasy. E' un'operazione che non ha senso: come provare sentimenti per l'infanzia di uno sconosciuto, per i ricordi a lui cari. 
Il lettore può farlo, perché s'immedesima negli hobbit; lo scrittore non può, perché non ha il “vissuto” che aveva Tolkien, perché non ha il background inglese e piccolo borghese su cui ha costruito il suo mondo.
Sarebbe un'opera da parassita, come cercare di fingere di essere qualcun'altro. Il risultato è grottesco, non ultimo perché manca, accanto a questo elemento quasi biografico, la componente di duro lavoro di scrittura e ricerca. 

Per questo motivo, nei mesi scorsi, pensavo a scrivere un Fantasy. E mentre mettevo le mani sulla tastiera continuavo a pensare come non potevo, sebbene cercassi, attingere a quel background celtico-medievale-rurale di Tolkien. Io non sono nato in campagna, non ho mai scorrazzato tra i boschi, sono una persona urbana, a suo agio nell'architettura di una solida città vittoriana, meglio art nouveau, al più modernista: i moti dell'animo di chi ama i fioruncoli e i panorami idilliaci non mi appartengono. Ho pertanto iniziato un lavoro di scandaglio interiore. Ho lentamente, dolorosamente cercato di individuare cosa amo – a livello sociale, di identità e comunità – del mondo in cui vivo. E a sua volta quale mitologia e quale leggende e quali studi filologici posso svolgerci. L'idea sarebbe di trovare per primi gli elementi positivi, stavolta; per primi gli elementi quali valori e immagini su cui poi costruire il mio mondo fantasy. Un mondo pertanto triestino, in un certo senso; bibliotecario, in un altro; burocratico e urbano in un altro ancora. Questi sono infatti gli ambienti in cui mi muovo. Da queste basi indagare quanto più approfonditamente per scovare localmente e solo localmente, gli elementi di leggenda, i mattoni lego “mitemi” con cui costruire le fondamenta di cosa voglio scrivere.

Il mio "fantasy" (dalla rivista Jugend, da cui Jugendstil, del 1902)
Perchè questo sforzo, al di là del fatto che scrivere è l'unica cosa di cui sono capace e che ironicamente è tra le abilità più inutili e superflue oggigiorno?
Ci si ricollega al discorso della distopia e alla rabbia dell'esordio. A livello infatti nazionale e personale, ritengo che la rabbia stia cedendo il passo alla semplice tristezza. Disperazione, in alcuni casi. Ma tristezza, per lo più. La gente, lo vedo in strada, lo sento in giro, è semplicemente distrutta. Al di là dei pensionati che affollano i bus e le Poste e di chi sa che il suo posto e il suo futuro sono al sicuro, mi sembra che la gran parte della popolazione sia ormai affranta, con la calma traumatizzata del reduce. C'è un limite attraverso cui puoi pompare violenza e minacce e a livello politico, sia sulla scena nazionale che internazionale, credo sia stato raggiunto. In quest'ambiente, ipotizzo che il Fantasy come genere classico tornerà a essere letto in gran numero. Non solo Young Adult, non solo ennesime contaminazioni con altri generi, ma Fantasy con la F maiuscola, Fantasy puro.

Quando la Compagnia dell'Anello uscì in sala, non erano passati che pochi mesi dall'attentato del'11 settembre 2001. Sarebbe bastato che fosse uscito a ottobre, a novembre e una popolazione ancora “stordita”, l'avrebbe ignorato e Peter Jackson si sarebbe ritrovato a spasso. Ma La Compagnia uscì a dicembre... quando le genti erano ormai tristi, ma erano uscite dallo shock. E fu un successo, perché il Fantasy è un genere che da speranza quando si è abbattuti, è un genere che nella sua forma più pura risolleva dalla disperazione.
Quando Tolkien, a sua volta, scrisse Il Signore degli Anelli, era nella Terra Desolata degli anni '40 del Novecento, dentro quell'inferno di sangue e shrapnel della Seconda Guerra Mondiale, dove solo flebili Irradiazioni come quella di Junger o dello stesso Tolkien brillavano come fragili fiammelle nel buio più cieco. Tempi tristi, tempi in cui scrivere Fantasy.

La situazione in cui ci troviamo, tranne che per pochi privilegiati, è ugualmente cupa: ritengo che per ragioni geo-politiche ci aspetti un'apocalisse, l'equivalente del ventunesimo secolo della Grande Guerra. Per questa ragione, penso che sia di nuovo scoccata l'ora per il Fantasy e per i grandi romanzi, con cui a tenere a bada l'orrore che ci aspetta.  

venerdì 5 agosto 2016

I miei due cent su Pokemon Go


Pokemon Go è ormai uscito da diverse settimane, con i suoi pro e contro.
Da un lato, il suo essere un'interfaccia tra reale e virtuale ha creato alcuni paradossi, alcuni orrori che erano già stati anticipati dalla narrativa cyberpunk: tra gente investita con lo smartphone nel pugno e rapinatori che usano i Pokemon Stop per trovare vittime inconsapevoli siamo in pieno Charles Stross, o Neal Stephenson.
Come sempre nel caso di giochi/tecnologie del genere, le loro deviazioni, usi&abusi, difetti da “giocattolo rotto” contano più del gioco stesso, in sé stupido.
Da considerare con particolare attenzione il caso dell'etica della caccia al Pokemon, con il dibattito (unilaterale) se si dovrebbe proibire la “cattura” in alcuni luoghi, per rispetto verso la loro funzione (chiese, luoghi pubblici, case private, musei ecc ecc). Unilaterale, perché vietare l'app significherebbe mettersi contro il mercato, che si sa deve restare libero e incontrollabile: niente interventi statali, ne con i Pokemon, ne con l'economia!
Le istituzioni si rivelano anche in un ambito triviale quale il Pokemon Go impotenti, incapaci di mettere in atto anche la più minima imposizione al free Pokemon trade.
Il divieto di usare la app dagli americani viene visto come una violazione dei diritti umani, una schiavitù inconcepibile. Il secondo giorno c'era già chi catturava Pikachu&Cazzomon vari all'Holocaust Museum di New York (!) Alle proteste dei curatori, i giocatori protestavano che non era un'offesa alla Memoria, ma una celebrazione dei valori americani, perchè...
… il nazismo avrebbe vietato Pokemon Go, pertanto giocarci nella ricostruzione di un campo di sterminio non è solo possibile, è anche necessario per ribadire la nostra libertà contro ogni totalitarismo...

Non trovo le forze per smontare un simile magister cazzarum, se non per ribadire ancora una volta il solito nesso identificativo tra libertà di mercato, libertà di giocare e libertà di consumo.

venerdì 17 aprile 2015

Di ritorno da Praga


Scusate se negli ultimi giorni sono stato piuttosto assente sul fronte internettiano, ma ho avuto l'opportunità più unica che rara di lavorare a Praga per cinque giorni. Ero parte di un gruppo di scambio culturale Trieste-Praga, imperniato sul mio precedente volontariato alla Centrale Idrodinamica e a diversi concerti di musica classica tra il conservatorio triestino e la scena musicale praghese. Nella pratica, il sottoscritto era tra gli aiutanti/facchini/cammelli porta-roba (cit. Domani) incaricati di spostare pannelli, allestire la mostra e dare una mano quando serviva.
Com'è andata? Piuttosto bene, tutto sommato. 
Non ero mai andato fuori dall'Italia (1) dal viaggetto a Londra post-maturità e visitare luoghi nuovi rappresenta sempre una boccata d'aria per cervelli pantofolai come il mio. Ovviamente nei preparativi dei giorni prima avevo immediatamente preventivato una lunga lista di disastri, dal pullman dirottato, alla mafia russa, a truffe e agguati di ogni genere. E' lo svantaggio di avere un cervello fantasioso: l'immaginazione si fonde con l'ansia della partenza, generando improbabili scenari di distruzione.
Mi scuso qui se non ho risposto a eventuali email/messaggi e se ho messo i commenti in moderazione; ma non potendo accedere a reti internet al di là della cortina di ferro non avrei avuto modo di controllare i commenti, e l'ultima cosa che volevo ritrovare al ritorno era una lunga discussione incontrollata. Solo il povero Madeddu è finito in moderazione, quindi non devo aver fatto troppi danni! ;-) Adesso potete di nuovo commentare come vi pare, non che solitamente vi affolliate per farlo...

by Matty17art, Deviant Art
Un paio di annotazioni su Praga e sul viaggio di lavoro: mi perdonerete se vi suoneranno banali, ma viaggio poco, specie fuori dall'Italia.
  • La campagna austriaca ricorda quella inglese: nei primi dieci minuti la trovi ordinata e “carina”, dopo mezz'ora “troppo” ordinata, dopo quattro ore inizi a implorare di vedere un graffito, un mucchio di letame, il rottame di un'auto... Qualunque cosa, purché infranga quello specchio di perfezione tedesca. Il passaggio dall'Austria alla Repubblica Ceca è infatti dapprima tattile: senti sotto i tuoi piedi le ruote del pullman sussultare sotto un asfalto malmesso e pieno di buche. Seguono villaggi abitati da greggi di pecore e casette raccogliticce, mentre lo sguardo inorridisce sull'invasione di pubblicità capitaliste ai bordi delle strade.
  • Sembra “far fine” sottolineare quanto sia brutta l'architettura sovietica. Va di moda in particolare prendersela con i casermoni operai ai margini delle città, giganteschi parallelepipedi con finestre piccole e strette. E, per carità, tutto vero: il marchio distintivo degli edifici popolari è sempre stata la bruttezza funzionale. Perdi più nel servizio di un vecchio National Geographic dell'85' questi appartamenti sono neri di carbone, risultando se possibile ancor più opprimenti. Quindi, nessuna nostalgia. Tuttavia, dobbiamo notare che identici edifici costellano la periferia parigina, come i quartieri operai inglesi e irlandesi o le aree di boom “urbano” del giappone degli anni sessanta. Sono, in altre parole, abbondantemente presenti nei quartieri in espansione industriale, e non sono certo prerogativa dell'ex blocco sovietico.
  • L'alloggio era una divertente via di mezzo tra un ospedale psichiatrico e un albergo degli anni sessanta. Pareti gialle attorniavano un materasso più rigido di una lastra di legno, col solo accompagnamento di una coperta dallo spessore del piombo isolante. Tubature scorticate dalla ruggine seguivano a una sgangherata maniglia pronta a cadere solo a guardarla. Io ho apprezzato cotanto realismo socialista, la mia schiena un po' meno... In cambio la colazione era eccellente.
  • Per gli addicted alle miniature, Praga offre qualche chance. Nel viale di S. Venceslao, sotto l'insegna “Rococo” troverete una galleria nello stile art nouveau, con un negozietto di giochi da tavolo. I prezzi sono convertiti dalla sterlina prima all'euro e infine alla corona ceca. Pertanto non farete grandi affari, ma il personale è molto gentile. Vi trovate anche un paio di giochi usciti via kickstarter negli ultimi due anni, in particolare sotto la supervisione del colosso Cool Mini or Not. Un'estenuante ricerca nei quartieri a sud del National Museum, tra le viuzze dei quartieri popolari dovrebbe farvi scoprire un club/ negozio di wargaming interessante. Lo trovate in via Moravska, vicino a una scuola media. Purtroppo era chiuso, e sono rimasto agonizzate a fissare le miniature in vetrina. C'era accanto alla “solita” Games Workshop, le miniature del gioco steampunk Dystopian Wars. Con una considerevole dose di culo abilità, sono anche inciampato nel negozio di modellismo statico/da collezione Pecka-Modelar. Lo trovate nella via laterale Karoliny Svetle 3 del centro storico. Il negoziante se la cava coll'inglese, ma le scale sono quelle dei collezionisti, 1/35 e 1/72. Si risparmiano dai venti ai trenta euro, rispetto all'acquisto in terra italica.
  • Spiace dirlo, ma di rado ho incontrato compagni di viaggio più snob, arroganti e insensibili degli studenti del Conservatorio. Posso comprendere che in effetti per dei diplomati che suonano, l'idea di dover viaggiare assieme a feccia come il sottoscritto, che è lì per svolgere un'attività manuale, debba disgustare. Tuttavia fare un segno con la mano, salutare o intrattenere semplicemente una conversazione di cortesia non costano nulla. E' triste dover constatare nel ventunesimo secolo, tra “giovani” fratture di classe così profonde.
  • Il sacrificio di Jan Palach contro il regime comunista fu un gesto ammirevole e coraggioso. Tuttavia sarebbe stato altrettanto ammirevole lasciare almeno quella parte della piazza che circonda il suo rogo immune dalle pubblicità e dalle multinazionali che affollano il viale.
  • A proposito delle multinazionali, è desolante osservare come intere porzioni della città siano virtualmente indistinguibili dalle città americane, o europee. L'architettura viene coperta dai cartelloni pubblicitari, il germe di Starbucks, MacDonald e delle solite marche cancella un'identità altrimenti forte. Persino la folla parla più in inglese che ceco. Si avverte chiaramente che l'anima locale viene “biancheggiata”, svuotata di significato.
  • Il museo Nazionale della Tecnica di Praga è una fermata obbligatoria per qualunque steampunk che sia tale. La ricchissima esposizione comprende all'ultimo piano un'esposizione di motocicli e velocipedi che comprendono alcuni prototipi alquanto bizzarri. Le rassegne di motociclette dai primi modelli di fine ottocento agli ultimi degli anni cinquanta possono anche interessare, ma vera gemma del museo sono le due bellissime locomotive del 1850. Ho preso un po' di appunti tecnici, osservando inoltre come la tecnologia ottocentesca sia molto più grande, chiassosa e ingombrante di come venga raffigurata negli attuali romanzi steampunk. E' un dato che occorre tener presente. La miniaturizzazione della tecnologia è un fenomeno recentissimo, che dobbiamo stare attenti a non trasporre troppo nella fantascienza ottocentesca.
  • Sempre nel museo della Tecnica è possibile ammirare la Mercedes in cui il gerarca nazista Heydrich venne assassinato nel 1941, grazie a due paracadutisti cechi addestrati a spese dell'Inghilterra. E' un bestione di metallo verniciato di nero, che dopo l'attentato venne ricostruito coi vetri antiproiettile. Guardandola dal vivo, si comprende subito perché sorgano tante leggende metropolitane sulle macchine “assassine” o demoniache, sull'esempio della novella Imperial, di Alessandro Girola.
  • E per concludere, ho scoperto che nella piazza di Mala Strana v'era nell'ottocento un monumento dedicato al conte Josef Radetzky, il generale (di nazionalità ceca!) passato alla storia per aver inflitto le due batoste di Custoza e Novara, cui deriva la ben nota Marcia.
    Davanti alla statua, sorgeva nella belle epoque il magnifico Radetzky Cafè.
    Ma erano tempi più civili: ora c'è solo uno Starbucks e con questo ho detto tutto.   
(1) Coll'eccezione della Slovenia, ovviamente... 

venerdì 24 ottobre 2014

Hatred è un gioco neonazista?



Parli del diavolo. Qualche giorno fa mi lamentavo in chat con un amico sulla superficialità di certi newser e certo giornalismo d'accatto praticato in quei siti di notizie generali che una volta avremmo sprezzantemente definito “rotocalchi”. Siano le ultime curiosità su quella data attrice, notizie di sbarchi d'immigrati o ultime grida nel campo della moda, l'informazione del giorno è puntualmente inattendibile, fraudolenta e miserabilmente povera.
Posso in effetti comprendere come lavorare nelle vesti di newser deve far parecchio schifo e sono il primo ad ammettere che il disprezzo che la blogosfera nutre per il giornalismo ufficiale è motivato dalla semplice invidia. Non siamo riusciti a pubblicare sul giornale, allora, per vendetta, parliamone male. Verissimo.
Nel campo dei videogiochi tuttavia, basterebbe davvero poco per migliorare la situazione. 
Citare la fonte inglese, il sito da cui si sono attinte le informazioni, sarebbe già un buon passo in avanti. Non limitarsi a tradurre le suddette notizie, ma incorporarle in un articolo coerente, darvi un proprio punto di vista personale e citare quante più fonti diverse sarebbe un graditissimo cambiamento. Un giornalista da rotocalco, almeno nella mia discutibilissima opinione, non dovrebbe limitarsi a un'unica fonte, ma citarne diverse ed esporre quanti più punti di vista possibili.

Prendiamo Hatred.
I siti di videogiochi l'hanno presentato come un gioco controverso, dove nei panni di uno psicopatico imperversi in una cittadina. Lo scopo è unico e semplice: uccidere quanti più civili possibili. Dopo queste notizie il newser ha puntualmente allegato il trailer e, obbediente soldatino, concluso la notizia. Seguono i diversi commenti, ovviamente entusiasti dell'ennesimo simulatore di macello globale. Un timido commentatore azzarda l'idea che tutta quella violenza sia eccessiva, viene puntualmente zittito dal coro di pecore belanti...


Io ho giocato a Postal a nove anni ma non sono mica diventato un killer!!!1








Scuotendo la testa, passiamo a leggere la notizia sui siti internazionali. 
Il livello di approfondimento, forse per effetto delle paghe più alte (chi sono io per negarlo?) è mostruosamente, immensamente maggiore. Il sito Polygon, dopo la presentazione del trailer, analizza le notizie finora disponibili traendone un verdetto decisamente negativo. Il livello di violenza in Hatred è infantile, affidandosi a un effetto shock anni novanta ormai sorpassato. Fattore decisamente più inquietante, il gioco non si limita a promuovere il genocidio di massa, ma celebra allegramente la tortura e la sofferenza: il protagonista non si limita all'uccisione indiscriminata, ma mira a infliggere quanto più dolore possibile. Il motivo? L'odio. Lui odia l'umanità – senza una reale ragione, l'odia e basta – e di conseguenza tutti devono morire. Molto perverso, molto sadico, molto infantile. 
L'odio verso tutto e tutti è una fase tipica dell'adolescenza depressa, caratteristica di perdenti e frustrati. Il mondo mi odia, io odio lui. Possiamo dunque vedere il trailer com'è davvero: un videogioco che vorrebbe essere traumatizzante, ma che sortisce l'effetto contrario. Sorvolando sulla pancia e i capelloni unti del protagonista, fanno molto meno ridere le continue torture ai diversi civili. Anche a voler creare un gioco sulla falsariga di Postal, era davvero necessario mostrare il protagonista che ficca una pistola in bocca a una donna inerme e preme il grilletto?


martedì 15 luglio 2014

La rigatteria Hipster: un fenomeno bizzarro


Le rigatterie sono raramente bei posti.
Si passi dallo straccivendolo al libraio, dal mobilificio al venditore di quadri, il rigattiere soffre d'una cronica mancanza di spazio, di acquirenti, di un continuo, estenuante surplus di materiale da sbolognare. 
Per quanto bassi siano i prezzi, per quanto umilianti siano le condizioni di acquisto, c'è sempre gente disposta a vendere quanto altri getterebbero nella spazzatura.
Ad esempio, in media i libri che dal rigattiere vendono a un euro vengono acquisiti in blocco per prezzi irrisori da grandi magazzini; o sono acquistati per la media di trenta centesimi ciascuno. Trenta romanzi fanno appena appena nove euro, per il rigattiere! Non è difficile capire come possano risolversi gli affari. E ne consegue – è piuttosto ovvio – che una rigatteria fiorente compri più di quanto possa vendere. La merce comincia ad accumularsi, dapprima sulle scansie, poi sui tavoli, infine accatastata in grandi pile.
L'analogia con la discarica è offensiva, ma fin troppo calzante.

In tutto questo, dovete inserire il Fenomeno Hipster. 
L'avete presente; barbe lunghe ma curatissime, baffetti alla Dalì, camicie a quadrettoni vendute nei discount acquistate a prezzi folli, musica tanto indie che neppure gli Indios la conoscono ecc ecc Tante piccole strane manie concentrate in una moda. Non c'è nulla da condannare: voler fare gli eccentrici, specie di questo tempo, è un fenomeno affatto strano, considerando l'appiattimento generale. Voler spiccare nella massa è normale; è volerlo fare in modo tanto spocchioso che scatena la condanna. Una volta li chiamavano “snob”.

Riuscite a immaginare un hipster in Rigatteria? Io no.
Gli Hipster adorano i luoghi asettici, puliti, immacolati. Luoghi senza bordi, senz'angoli taglienti, come la tecnologia Apple che tanto amano (o è Linux? Anche l'Hipsterismo ha tanti livelli!).
La rigatteria è l'esatto contrario. E' buia, maltenuta, sporca, con più ciarpame che oggetti preziosi.
Però... Dovete ammetterlo, la rigatteria, che sia una bancarella dell'usato o una rivendita di cianfrusaglie, sembra adattarsi bene all'immagine dell'Hipster. Cioè, ci sono innanzitutto 
1. Cianfrusaglie e ammennicoli “strani” o “vecchi” che l'Hipster amata tanto mischiare indiscriminatamente
2. Vestiti di secoli fa di gente morta per denutrizione o sifilide o qualche orribile malattia. Ottimi per conferire quell'aspetto alla “spaventapasseri” che gli Hipster amano tanto 
3. Libri degli anni Sessanta, un casino di roba dal secondo dopoguerra davvero. Interminabili testi sovietici del genere “Il problema agrario secondo Lenin”, libri del sessantotto, romanzi e riviste dagli anni ottanta/novanta. Sopratutto: libri di carta! Perché a che diamine serve leggere se nessuno ti guarda farlo? La copertina makes the book! (sic)

Eppure... la rigatteria è sporca, disordinata... Molto poco chic, poco “in”!
Qualche abile piccolo imprenditore fai-da-te dev'essersi accorto di questa nicchia di mercato colpevolmente poco sfruttata, e ha pensato bene di riempirla.
Così, qualche mese fa, ho svoltato l'angolo e ho sbattuto il naso sulla vetrina della prima rigatteria Hipster. Per un attimo ho pensato fosse un negozio per bambini, perché aveva le pareti ricoperte di quel compensato ligneo che trovate nei negozi di abbigliamento per bambini, o nelle giocatollerie artigianali. Ma i bambini di solito non acquistano vecchie siringhe di metà novecento o macchine da scrivere rotte, per cui...
La vetrina aveva:
  • Una corolla di fiori secchi e appassiti, perché se non c'è un'aura di depressione, l'hipster s'allontana
  • Sedie rotte e rovesciate a costruire un castello di legno (non in vendita, almeno spero)
  • Vecchi testi per ragazzi con illustrazioni finto ottocentesche; la cicogna, i bambini in calzoncini hitleriani che giocano, la lady in corsetto ecc ecc
  • Borse in pelle per commesso viaggiatore, valigie sfondate, ventiquattr'ore distrutte 
  • Testi in russo, scritti in russo (e quando intendo russo intendo in cirillico)
  • Fotografie sessantottine di vari Hippie che fumano canne
  • Un quadretto con una citazione marxista di Foucault piuttosto generica (Abolition du le societè di classe, mi pare)
Al che credo che il buon Foucault se fosse ancora vivo&vegeto s'incazzerebbe alquanto, a vedersi inglobato e inserito nel sistema mercato come molti altri, letteralmente “venduto” per succhiare soldi a ragazzini dal papà imprenditore che vogliono “distinguersi”.


Questa è stata la prima rigatteria Hipster che abbia mai visto. Rapidamente ne ho individuate altre due, abilmente mimetizzate, ma sempre a pochi passi da un bar. Non mi sono sorpreso a vederci sempre dentro gente della mia età, sui vent'anni, a volte trentenni, quarantenni che avvampano d'emozione a toccare oggetti d'arte così antichi, che possono acquistare per potersene vantare cogli amici. Non si discute il gusto estetico e sono il primo a essere contento che s'acquisti qualcosa di diverso dall'ultimo smartphone in circolazione; ma non posso fare a meno di notare come le stesse, identiche cose le vendano anche i rigattieri normali, quelli brutti e poco “trendy”. Quanto viene acquistato e imballato per un cinquantone, sarebbe sbrigativamente consegnato impolverato ma U-G-U-A-L-E da un normale rivenditore di usati, a meno di metà del prezzo proposto.
Ma così va il mondo, “infighettendosi” ma svuotandosi di sostanza, e accanto alle Boutique della Bao (una volta le chiamavano, indovinate un po'? Edicole!) ora abbiamo le Hipster-rigattierie.
Ma forse un po' Hipster lo sono anch'io, a voler criticare chi preferisce il pulito e l'affabile allo sporco e al disordinato... #maancheno

lunedì 7 luglio 2014

Zuckerberg! Chi era costui?


Criticare i Social Network riscuote sempre grande successo – specie se quest'aristocratico disprezzo per i likes e i commenti viene condiviso, diffuso e approvato sul Social Network stesso. Si sviluppa di conseguenza un fenomeno paradossale, per cui Facebook rigurgita di confessioni di gente che si vergogna di essere su Facebook, si vergogna di vivere in funzione di esso, si svela con narcisistica compiacenza puritana al suo pubblico, raccontando peccatucci e miserie cui nessuno importa.

Pinterest, avendo un carattere più raffinato della media, diventa il Social per eccellenza di donnine sciocche su cui fare stalking, Tumblr è solo “un raduno di porno” nonostante sia normale per le università americane usarlo come piattaforma dei corsi, o venga usato nell'ambito della critica videoludica da personcine come Sarkesiaan. Il deprecato, aborrito Facebook viene considerato l'arena del cazzeggio, eppure a stringere contatti più interessanti della Pagina Facebook di Topolino, si scoprono interrogativi e articoli che normalmente non ci si sarebbe nemmeno posti – e siccome tengo in maggior stima le domande che le risposte, dal mio punto di vista trovo che nella giornata giusta Facebook sia un luogo più stimolante di certi ambienti “reali”, a cominciare dalle asfittiche aule dell'università.

Non sono interessato a un peana dei Social Network, ma solo a considerarli quanto sono, ovvero un gigantesco (e visitabile) ufficio del catasto. Indubbiamente la scrittura ha molti difetti, a cominciare dall'indebolimento della memoria, come accusava Platone. E nelle mani sbagliate si può fare un sacco di danni sapendo scrivere – non è forse il detto “la penna ferisce più della spada?” Tuttavia non per questo, a partire da Platone stesso, abbiamo rinunciato alla scrittura. Chi critica i Social Network usandoli nel frattempo non è molto diverso da Platone che critica la scrittura attraverso la scrittura stessa. Certamente l'uso della scrittura condiziona un certo modo di pensare, esattamente come usare i Social Network determina un certo comportamento, un certo atteggiamento mentale.
Tuttavia, non lo domina mai completamente. L'uomo non è uno schiavo della tecnologia, non è una marionetta schiava di un progresso ineluttabile. Il determinismo tecnologico, tipico di Wired, non ha alcuna base scientifica, è un semplice bisogno “di più”: più tecnologia, più progresso, più memoria ram, accessibilità, reti, ram, bit. Non è detto che si debba abbracciare acriticamente ogni nuovo ritrovato tecnologico, e non è detto che per ogni tecnologia esista un unico e possibile modo d'usarla. E sopratutto, con buona pace della moda e di Wired, non usare l'ultima tecnologia del momento non porta alcun ritardo o “handicap”. L'alfabeto – in sé una tecnologia che veniva percepita dall'uomo bianco come “superiore conquista” – venne imparato per necessità dai nativi americani Cherokee nel giro di pochi anni. Non si limitarono a imparare l'alfabeto occidentale, ma ne crearono uno proprio. Nel 1821 stampavano perfino un proprio giornale!
Un apprendimento mostruosamente veloce, per quella che veniva considerata una conquista culturale di lunga durata. Allo stesso modo e anzi di più, maneggiare una periferica, il touch rispetto alla tastiera, è semplice questione di manualità e abitudine. Non è un'ineliminabile tacca del progresso.
Quando passo in rigatteria, a volte mi perdo a sfogliare vecchie riviste di elettronica anni Settanta.
E indovinate? Ogni prototipo, ogni nuova invenzione veniva proposta con lo stesso tono “ineluttabile”: se volete restare al passo, aggiornatevi, non perdete tempo. Se non comprerete l'ultimo modello di registratore, sarete otudated, sorpassati, primitivi che accendono il fuoco coi legnetti anziché colla carbonella.
Il problema ovviamente è che nessuno di queste mirabolanti conquiste pubblicizzate in queste riviste erano roba davvero utile; era per larga parte tecnologia inaffidabile, prototipi con cui si veniva inondati ogni anno. Spazzatura elettronica, oggigiorno nemmeno buona per i musei. 
Ritornando ai Social Network, si sbaglia a ritenerli “ineluttabili” tanto quanto si sbaglia a ritenerli negativi di per sé, come se il progresso c'avesse indirizzato per una cattiva strada e non ci sia più alcun modo per uscirne. Inoltre siamo così sicuri che molte delle caratteristiche di Facebook siano riconducibili (e criticabili) a Facebook stesso e non siano semplice caratteristiche umane?

Prendiamo il caso di un utente che continua ad aggiornare giorno dopo giorno il proprio profilo con foto personali. L'utent(essa), ne decidiamo il sesso, aggiunge continuamnete foto alla bacheca, crea nuove cartelle, si tagga più e più volte. Recupera e scannerizza vecchie foto d'infanzia. L'asilo, le elementari, le medie. Addirittura migliora le sue foto con Photoshop! Orrore!

Ora, una persona del genere e sono il primo a dirlo, risulta irritante, perché troviamo che sia molto narcisista. Ma è proprio vero? E se non fosse che questo continuo profluvio di foto serva piuttosto per fissare un'identità, imprimersi sull'armadio (virtuale) cui ci svegliamo ogni giorno cosa fare e come comportarsi? Spesso riferendosi alle foto su Facebook, la gente sembra parli di un album di famiglia. Ma è un esempio sbagliato sotto tanti aspetti, dei quali il più importante è che le foto di famiglia vanno nel cassetto, sfogliate solo una tantum. Nessuna moglie sana di testa ogni volta che si sveglia va a guardarsi le foto del matrimonio. Tuttavia, molti se non tutti hanno sott'occhio su Facebook le proprie foto e le trattano come immagini diverse dalle fotografie per ricordo.
La chiave credo stia in un passaggio dei Promessi sposi, protagonista Don Rodrigo:

"Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de' suoi nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co' capelli corti e ritti, co' baffi tirati a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co' cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava, e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli avvocati, a sedere su una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo portavano che l'inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore dei suoi monaci: tutta gente insomma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan... "
Un giovane paperon de paperoni ricorda la propria storia guardando le immagini dei propri antenati
I quadri degli antenati servivano a don Rodrigo come guida al corretto comportamento.
Allo stesso modo, le immagini su Facebook servono all'utente come guida al corretto comportamento, dove ovviamente corretto è da intendersi come la morale/ guida di ciascuno. Riprendendo la nostra utentessa, l'uso dello Photoshop non è troppo lontano dai miglioramenti che i pittori rinascimentali apponevano ai principi che dovevano ritrarre. Solo i masochisti vogliono un'immagine di sé brutta; correggere la lunghezza del naso in punta di pennello o con il cursore del mouse è la stessa, identica operazione; solo traslata in contesti diversi. Senza riferirsi ai Social Network, l'immagine come “rinforzo” e “guida” viene già analizzata dalla filosofia estetica in maniera certo più chiara del sottoscritto:

"Nei palazzi nobiliari si era soliti raccogliere in una stanza o in un corridoio i ritratti degli avi e basta percorrere oggi quelle stanze e quei corridoi per comprendere come una simile galleria di volti dovesse rammentare agli ospiti e agli stessi eredi quale fosse il comportamento d'assumere. Ma se un ritratto può incutere soggezione, un altro può invitarci a un ricordo carico d'affetto e un terzo può darci da pensare. Le funzioni delle immagini sono molte: si possono appendere immagini sacre davanti alla porta di casa per sentirsi protetti, raccogliere fotografie in un album per sorreggere il racconto che si farà sfogliandolo e si può tenere una fotografia della propria famiglia in ufficio per legare due scenari della propria esistenza."
Aggiungere foto su Facebook non è “aumentare il proprio ego”.
Sono convinto che più spesso di quanto si pensi è un modo per costruire una genealogia e cercare di costruire una qualche identità che non sia schiava del consumo e della valutazione. Tutti abbiamo diritto ai nostri quadri e ai nostri antenati e a essere qualcosa fottutamente di più, di consumatori che consumano soddisfatti. Sia coloro che criticano i Social Network, sia coloro che li ritengono “il Futuro” sono d'altronde in genere ostili alla Storia...

Fonti:
Armi, acciaio e malattie, Diamond (rif. all'alfabeto Cherokee, pur con le necessarie pinze, visto che Diamond non è proprio il massimo...)
Simile alle ombre e al sogno, Spinicci (rif doppia citazione)

lunedì 31 marzo 2014

Chiedo tanto?


Qualche anno fa, quando leggevo di dungeon master disperati perché non trovavano un luogo adatto per le sessioni di ruolo con i giocatori fellow, ridevo. Nel senso: trovavo che fosse un'esagerazione, che non si trovasse un luogo tranquillo dove giocare. Insomma, una città di medie dimensioni dovrebbe avere per forza un cazzo di luogo tranquillo dove starsene a leggere, scrivere o chiacchierare.

Devo invece ammettere che non è così. Io non sono un dungeon master, ma ultimamente quando devo trovare un luogo tranquillo dove scribacchiare in santa pace, sono sempre più in crisi (e non solo economica).

Andiamo con ordine.

Tutt'ora, scrivo a casa. Il mio portatile non è portatile affatto, se non “con grande dispendio di forze ed energia”. Di scrivere a mano non se ne parla: ritrascrivendo tutto sul computer stravolgo sempre come minimo l'ottanta per cento di quanto avevo già scritto a mano, impiegando come minimo il triplo di quanto normalmente starei a comporre. Uno spreco totale.
Il problema è che... A scrivere a casa, fra Parentame vario trovare la giusta concentrazione è praticamente impossibile. Non si può. Questo brutto articolo lo sto scrivendo in una pausa in cui (Alleluja!) si son levati tutti dai coglioni, e stranamente la casa è silenziosa. 
Ma normalmente c'è più chiasso qui che al mercato di Costantinopoli.



Passiamo al piano B: Biblioteche.
Scrivevo nella biblioteca popolare e tutto andava bene. Fino a qualche mese fa; quando cambiata gestione, scomparse le vecchie bibliotecarie che conoscevo le hanno rimpiazzate con grassone indolenti e inutili (tanto più che il prestito è ormai elettronico, ordunque hanno decisamente esaurito la loro già magra funzione). 
La fila di computeroni anni novanta style sono stati etichettati, catalogati, muniti di connessione Internet: per cui al momento è possibile accedervi solo dopo trafila burocratica che prevede registrazione, password, nuova registrazione e altre cazzate varie. Puoi restarci solo un ora, o giù di lì (una miseria, per chi scrive) e teoricamente puoi usarli solo per navigare su Internet. In alternativa, cinque computer sono stati riconvertiti per guardare film... E nient'altro. Ne ho acceso uno, ed ero lì che pacificamente correggevo un capitolo sanguinosissismo di Katherina quando una quarantenne obesa mi ha fatto segno che no, lì non potevo stare assolutamente perché sono computer solo per visione di video, e nient'altro. Faccio notare che altri tre computer erano liberi, ma la pervicacia teutonica di servire la legge evidentemente scorreva forte in lei.
Ah, per la cronaca: doveva guardare Twilight (sic).

Ho lo stesso carattere di un Nano fantasy di basso livello, compreso amore per l'oro e rancori che perdurano secoli e secoli per cui ho depennato la biblioteca dalla lista. Non ci andrò mai più.

Che resta?

venerdì 14 febbraio 2014

Corsetto sì, corsetto no


Articoli sul corsetto vittoriano affollano già il web senza che se ne aggiungano altri; e dal punto di vista bibliografico non basta certo aver letto un singolo libro sul vestiario ottocentesco per avere un'informazione chiara e succinta su questo capo del vestiario cent'anni fa tanto capillarmente diffuso. Sebbene non consiglierei a una gentile fanciulla di cercare informazioni direttamente su Google, perché è fin troppo facile incappare in coff coff *tossicchiare imbarazzato* articoli poco adatti alla purezza pre-coniugale di una fanciulla per bene coff coff un articolo che raccolga i dotti pareri di medici e salutisti potrebbe risultare utile.
…
Ovviamente, per pareri di “medici” e “salutisti” intendo Medici del periodo vittoriano, o al massimo della Belle Epoque! E per “salutisti” intendo Moralisti barbuti di fine 800! Gli unici pareri che contano, altro che la medicina attuale u__u
Quindi: fa male indossare un corsetto?
E' vero che restringe la vita fino a togliere il respiro, 
indurre uno svenimento, forare un polmone, deformare un feto in nascita?
Il parere agli esperti!

Corsetto sì


Partiamo con il parere di un esteta disinteressato... 
(…) Una donna col busto è una menzogna, una finzione, ma per noi codesta finzione è migliore della realtà. Eugene Chapus, Manuel de l'homme et de la femme comme-il-faut, Paris, 1862.
Un'argomentazione assai diffusa promuoveva il busto come "impalcatura" (sic!) del corpo della donna borghese, che altrimenti sarebbe "crollato" (?). 
" (…) Lo stato sociale condanna le donne alla vita sedentaria indebolendo tutto il loro sistema muscolare a causa della mancanza di esercizio; da qui deriva una sensazione di fatica che esse provano allorquando si trovano in posizione seduta o eretta, vi ovviano usando il busto che non serve tanto a raddrizzare la colonna vertebrale quanto a fornire un punto di appoggio al tronco sbilanciato in avanti, la posizione di semiflessione in avanti è loro abituale durante le loro occupazioni sedentarie e, senza la resistenza del busto, questa posizione verrebbe a essere esagerata dal peso della testa, del seno e di tutti visceri addominali e toracici. "
Dottor Michel Levy
" (…) I busti che si portano al giorno d'oggi (…) sono vantaggiosi per il sostegno e l'appoggio che danno al corpo, alle viscere che tendono a essere trascinate dal loro peso, o che sono mal contenute nelle loro cavità."
Dottor Donnè, Hygiene des gens du monde, del 1870
" Abbiamo udito tempo fa il nostro venerabile maestro, il professor Roux, esclamare con accenti di profonda convinzione che tutti gli uomini dovrebbero portare un sospensorio. E non si può egualmente affermare a giusto titolo che tutte le donne adulte, anche se hanno rotondità normali, dovrebbero portare un busto, vero sospensorio delle ghiandole mammarie, non meno sensibili delle ghiandole spermatiche e non meno esposte a scosse e pericolosi spasmi? "
Dottor Bouvier
Scusate, faccio davvero fatica a non scoppiare a ridere mentre trascrivo quest'ultimo passaggio. E il Dottor Bouvier non era un pazzo, ma un medico altamente rispettato! Ma equiparare ghiandole spermatiche e ghiandole mammarie come se fossero la stessa cosa... xDD Poi, per carità, per i nostri successori indubbiamente molte usanze del Ventunesimo secolo appariranno strane, lungi da me avere atteggiamenti di superiorità... Però uno sghignazzo non posso levarmelo. 

Al Dottor Bouvier spetta l'argomentazione più coerente, a favore del busto, essenzialmente visto nell'ottica medica di una correzione in anticipo di possibili deformità delle ossa.
Per quanto riguarda i busti di oggi, (…) si ha la pretesa, come un tempo, di dedurre l'influenza di codesto indumento sulle deformazioni del rachide, dalla sua maggiore frequenza fra gli abitanti delle città piuttosto che fra quelli delle campagne, fra la classe ricca piuttosto che fra le famiglie povere, e fra i popoli della vecchia Europa piuttosto che in molte colonie europee, come se gli individui così presi in considerazione non differissero che per l'unica condizione di portare o meno il busto; e come se le loro diverse costituzioni, forze fisiche, tipi di vita, di disposizione ereditaria, di malattia, di razza e via dicendo non fornissero altrettante cause ben capaci di rendere ragione della loro difformità per ciò che concerne la regolarità dello sviluppo del rachide. E, del resto, oggi che non si suole mettere il busto alle ragazze se non verso l'età pubere, è impossibile attribuire alla sua influenza, deformazioni che cominciano quasi sempre prima di quest'epoca. Talora ho visto flessioni laterali della spina dorsale progredire con maggiore rapidità perché non era usato in tempo utile un busto; invece non ho mai osservato che il suo uso entrasse in qualche modo nell'insorgere di questa difformità.
Dottor Bouvier
Corsetto no

Molte malattie per colpa (…) del busto. Corpi gracili, spalle troppo strette. Due su quattro han ossa che promettono, una su quattro ha ossa che non daranno niente. Un quarto di loro finirà tisico a Nizza. E un altro quarto si trascinerà, a ventisei anni, sei giorni su sette, su una sedia a sdraio.
H. Taine, Notes sur Paris, 1867
Quante gastriti, malattie di fegato, emicranie, inquietudini e depressioni sarebbe stato facile guarire allentando un laccio del busto e che, arrivate a un certo stadio, diventano incurabili, scavando una fossa prematura sotto gli occhi di una famiglia sconsolata che spesso, ammirando donne dal corpo deforme a forza di essere sproporzionate, ha incoraggiato quest'aberrazione.
De la politesse, Contessa Drohojowska
Possa il seguente quadro far aprire gli occhi a quelle madri cieche che, nella speranza di dare una vitina di vespa alle loro figlie, le rinchiudono in tenera età in un busto inflessibile. Questo quadro è il risultato di quarant'anni di osservazioni. Su 100 ragazzine che portano il busto:
25 muoiono per malattie di petto
15 muoiono in seguito al primo parto
15 restano inferme dopo il parto
15 restano deformi
30 resistono ma, presto o tardi, saranno afflitte da indisposizioni più o meno gravi.

lunedì 27 gennaio 2014

In prima fila, stronzetto!


Quando studiavo diritto, alle superiori, non mi rendevo conto dell'ironia insita nel termine "Consuetudine". Sbrigativamente presentata dal mio professore di diritto come un rimasuglio medievale, una formalità, una norma sociale, questa piccola postilla della Costituzione detiene in realtà più potere degli articoli fondamentali, anzi dall'alto della sua tradizione millenaria li donnina, li trasforma in burattini, schiavetti di una stronza dominatrice.

Perché la consuetudine? Cosa vorrete che sia, mi starete dicendo.
Dopotutto, come osservava sarcastico il mio professore, la consuetudine regola e governa quanto non è previsto dalla legge; in tempi evoluti (sic) come il nostro, non c'è nulla che non sia regolamentato, incarcerato in comma e virgolette a fine pagina. Usanze e consuetudini non sono leggi in senso stretto. Si adattano con il tempo. Quanto, specie in fatto di costumi sessuali, era inaccettabile vent'anni fa, viene ampiamente riconosciuto e nel comune assenso della comunità tollerato. Tuttavia, è in quest'espressione, in questo comune accordo che non richiede spiegazioni se non nell'opinione pubblica, che risiede il terribile potere della Consuetudine.

La norma sociale non è infatti trascurabile. Bisogna essere (volontariamente!) miopi, per ignorare che al di sotto di ogni legge, per quanto "alta" e "universalista" essa sia, c'è un ampio sotto bosco oscuro e taciuto di consuetudini, di normative non scritte, analfabete per scelta e vocazione, che suppliscono al carattere "inumano" della legge. Una legge senza un cittadino a cui applicarla non può esistere. Ma io aggiungerei: una legge e un cittadino non bastano, servono più cittadini che interagiscono, mettono in piedi un establishment sociale, che decidono di comune d'accordo che quella legge va applicata, modificata, interpretata in quel dato modo. La legge viene plasmata, creata effettivamente solo quando modificata dalla consuetudine. Giochino di parole: è la consuetudine a dettar legge.
Sono ragionamenti banali, che (quasi) tutti conoscerete già. Il dono, il regalo che non è vero "dono" se non viene rifiutato, accettato malvolentieri. La consuetudine che mette la mordacchia e agita la frusta sulla legge, che la sodomizza alle necessità storiche-politiche. Insomma, un ampio, gigantesco sottobosco di leggi sociali contrarie per un vizio di natura alla legge "ufficiale". Consuetudini diametralmente opposte a quanto propone la legge, ma che in un perverso giro di boa la rendono possibile.
(Scartando un regalo) Ma no! Non volevo questo regalo! Non dovevi! Guarda che mi vizi!

(A tavola) Mi passi lo zucchero? Ma certo, subito!

(Durante una Costituzione) Tutti gli uomini sono eguali!
Tranne gli sporchi negri, ovviamente. E le donne. E i poveri. E i nativi. E i cattolici. E i francesi. E gli italiani. E gli irlandesi. ... 
Yuzna Society
Una legge senza consuetudine è destinata ad affondare come un titanic universalista contro l'iceberg sommerso delle Consuetudini. Senza l'opposto della Consuetudine, la Legge rimane lettera morta per la società. Nel magnifico Horror "Society- la Società dell'orrore" del regista Yuzna, il protagonista scopre nell'inferno Raeganiano degli anni ottanta come l'upper class dei suoi genitori siano mostri non solo in senso figurato, metaforico: sono, a tutti gli effetti, dei mangiatori di uomini, dei cannibali sociali, degli alieni che divorano le classi più basse, che le succhiano per divertimento e supremazia. Nella splendida orgia di carne del finale, i mostri-genitori non si nascondono più, mostrano la propria oscenità come legge naturale delle cose. Yin e yang. Oscenità per affermare purezza. La Consuetudine-diavolo che alza la testa cornuta e afferma trionfante che senza di lei il Dio-Legge è cieco, inutile, sordo.

giovedì 23 gennaio 2014

A che serve un cappello a cilindro?


La tubatura è l'ossatura di ogni buon apparato industriale. Le tubature portano acqua, portano vapore sotto pressione, portano gas ecc ecc Definiamo tubo un solido cavo chiuso a sezione costante in forma e area, nel nostro caso un manufatto di produzione umana. Non dobbiamo dunque sorprenderci se in epoca vittoriana l'indumento maschile è tutto un tubo: s'infilano le gambe in due tubi, che si congiungono in un tubo centrale che permettono alla testa di spuntare nel terzo tubo, che è il cappello a cilindro. O cappello a tuba. Appunto.

Un mio amico era fermamente convinto che il cappello a tuba servisse a portarci dentro i panini delle merende. Il borghese infilava in quello spazio vuoto del cappello i sandwich per il gioco di carte delle tre o l'usava come tasca improvvisata per portarci oggetti.
Per questo sai, avevano sempre i capelli sporchi...
Quella vecchia tuba...
Emh, ovviamente no, e poi no! Il cilindro non era il portavivande. 
L'idea è tuttavia interessante perché si attacca tenacemente all'idea che ogni oggetto debba per forza avere una sua funzione utilitaristica, pragmatica. Consola l'uomo moderno perché gli fornisce quest'idea che perfino la storia del vestito possa considerarsi un lento progresso dell'animo umano: dalle toghe romane ai cilindri dell'ottocento, all'assoluta praticità dell'indumento contemporaneo. Una lenta evoluzione. Falso. Un vestito non ha solo una funzione utilitaristica, ma più si recede nel tempo, più acquista una valenza simbolica: il cappello a tuba non ha altra funzione se non nel suo essere un cappello a tuba. 
E' inutile, profondamente inutile. Dunque, se ti puoi permettere di indossarlo, vuol dire che sei spaventosamente ricco, che ti puoi permettere qualcosa di inutile, sfarzoso e tronfio. Il cappello a cilindro è tutte queste cose. Non a caso ho sempre trovato buffo come i movimenti anarchici/comunitari/hippie disegnino il capitalista sfruttatore come una caricatura retrò del borghese di metà Ottocento. 
Giacca, panciotto, sigaro texano e cappello a tuba. Pensate al grande Zio Paperone, che non a caso vive l'infanzia a fine Ottocento. I magnati della finanza, i “lupi” di Wall Street, i grandi banchieri, le Star dell'elettronica... Si vestono così? Magari! Domina il vestito casual, il “sono uno di voi”, tanto sfacciato quanto osceno. Si rifiuta il proprio ruolo.

mercoledì 1 gennaio 2014

Operazione Sarajevo (incipit)


Primo giorno dell'anno nuovo, mi sembra doveroso iniziare con un racconto. Il mio primo tentativo di usare un flusso di coscienza, non so quanto sia stato efficace, anzi ne dubito.... Ce ne sono a pacchi in Madre Londra di Moorcock e lì sono usati davvero con grande maestria.
Se vi va, commentate che vi sembra.

La carrozza.
Bam!
Quella. Dannata. Carrozza.

Ora vomito, ora non vomito, ora vomito, ora non vomito il purè di patate a colazione pessima idea no dai perché tutte quelle salsicce poi stronza la locandiera belle poppe però dio dio dio non voglio vomitare nella tuba regalata da mia madre buona anima sua che cazzo locandiera del cazzo scommetto complotto sarà ebrea ma le hai sentite le ultime no dai guerra sicuro guerra guerra porco porco no dai ora vomito

Bam!
L'ufficiale sobbalzò, si strinse la pancia. Emise un lungo gemito soffocato, un grido gutturale di cagnolone in pena. Strinse i denti gialli di oppio, deglutì più volte. Ricacciò la bile in gola.

- Ehi! Vogliamo fare attenzione laggiù, per dio! Ho pagato, per questo viaggio, cocchiere! Non sono un sacco di patate! -

Il cocchiere si limitò a stringersi il cappellaccio in testa, lo schioccare della frusta sui cavalli era l'unico suono nello stretto abitacolo foderato di velluto rosso. L'ufficiale si massaggiò la pancia con i guanti in velluto bianco. Il corsetto da parata stringeva sull'inguine come un gigantesco silicio, un cerchio di spunzoni incandescenti. Strisciò gattoni verso la finestra, sbirciò il panorama di conifere avvolte nella nebbia, casupole di paglia, muretti a secco per custodire le greggi. Un pastorello quindicenne con uno schioppo al fianco e più rughe di molti veterani dell'esercito custodiva una mandria di maiali.

O almeno penso siano maiali cioè dove l'avevo letto Serbia esporta maiali nient'altro che maiali ah quanto ci odiano solo perché abbiamo alzato le tariffe stupida guerra tariffaria tutto per dei cazzo di maiali ora ci odiano ma dico io dico dico io sembra il medioevo ci scommetto che se gli regalo un sapone lo mangia stupida Serbia stupida Serbia Conrad Hotzendorf aveva ragione guerra preventiva contro tutti Serbia e Italia altro che Imperatore e dignitari e pace pace pace mai una guerra da Sadowa ma guarda che zanne ci scommetto che sono cinghiali ah quelle salsicce a colazione dannata locandiera dannata carrozza

L'ufficiale manovrò a fatica giù il finestrino della carrozza, con le mani che tremavano gesticolò verso il cocchiere. Raggrumò la fronte a contatto con il vento invernale. La cima del Midzor era del candore di una gentildonna viennese a una serata di gala. 

- Ehi tu! Ehi! Sono Andras Kovacs, ufficiale ungherese dell'imperatore Francesco Giuseppe! Non lo sai, forse? Vogliamo rallentare, plebeo, per dio? -

- KoJi kurac te jebe? -

Bam!
Un proiettile gli fischiò all'orecchio. Dall'alto di una rupe che costeggiava il sentiero un uomo prese a ricaricare con gesti lenti un antiquato fucile ad avancarica. Andras girò la testa e scorse nel profondo del bosco una ventina di banditi emergere dalle fronde in una confusa massa di pistole, bombe dalle micce che sfrigolavano, tromboni arrugginiti. Insultavano, ridevano. Correvano sparando verso la carrozza. Il cocchiere alzò la frusta per aizzare i cavalli a correre più veloci. Un proiettile vagante gli scoperchiò cappello e calotta cranica. Andras cercò di tenersi in piedi mentre la carrozza procedeva in folle.

- Ah eccoti qui – Borbottò, alzando il cane di una pistola multicanne artigianale. La pistola gli scalpitò nelle mani. Un denso fumo di cordite e zolfo annerì l'aria, prima che per il rinculo Andras finisse capoccioni sul pavimento della carrozza. Un brigante serbo dal pellicciotto di pecora gridò afferrandosi le gambe sforacchiate, mentre un suo compare stramazzava nel fango, uno ginocchio sfracellato dal proiettile.

- Oh no Oh no Oh no – Andras strattonò con mano sudaticcia la leva della carrozza. Il gelo dell'alba aveva ghiacciato i cardini in una fredda morsa. Spalla in fuori si gettò in avanti con i suoi oltre cento chili di bevute nelle birrerie di Budapest. La portiera si staccò dai cardini con uno schiocco. Nell'istante prima che i cavalli schiumanti si gettassero folli di paura nelle fredde acque del fiume, l'ufficiale ungherese alcolizzato in missione segreta Andras Kovacs rotolava incolume sull'erba della riva, pistola in mano.

Continua... (Forse)

* Nella battaglia di Sadowa (1866) le truppe prussiane sconfissero l'esercito austriaco, ponendo di fatto fine a ogni influenza asburgica sugli stati germanici “meridionali” e portando all'Ausgleich del 1867, con l'effettiva nascita dell'Austria- Ungheria. Da quel momento in poi la politica espansionistica sarà condotta mediante una sfrenata attività diplomatica, mentre i tentativi in senso militare verranno fino alla Prima guerra Mondiale scoraggiati da Francesco Giuseppe.

** Nella guerra dei maiali (1906) l'Austria chiuse le frontiere alla Serbia per l'esportazione del bestiame, sua principale ricchezza, in seguito a un ordinazione della Serbia di materiale bellico a una ditta francese anziché alla Skoda in Boemia. La Serbia da quel momento in poi scelse la strada dell'indipendenza economica dagli Asburgo, mentre nella popolazione serba sorgeva un forte odio per l'imperatore.