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lunedì 22 maggio 2017

A ogni genere il suo sentimento, a ogni epoca il suo fantasy


Ci si lamenta spesso come online si diano per scontate troppe cose, si presumano troppi indizi, ci si abbandoni troppo volentieri a confidenze e scambi basati sulla sola fiducia.

Non giudicare un uomo dalla sua pipa,
giudicalo dal suo tabacco
Indubbiamente, nel mio campo, se si leggono alcuni blogger per anni, articolo dopo articolo, specie tra i siti giornalieri, ci si può illudere di conoscere una persona. 
Forse è anche più facile che dal vero; tra un'immagine profilo e un articolo, tra una riflessione e una dichiarata affiliazione a un hobby, una politica, una religione, diventa possibile fraintenderne il carattere, arrogarsi il diritto di giudicare. 
Devo però ammettere, che sarà forse che non ho grandi contatti online, ma non ho riscontrato quest'arroganza tra i lettori e i colleghi blogger, almeno quei pochi che ho conosciuto. Ad esempio ho qualche contatto che commenta e che conosco da anni che raramente inquisiscono dentro questioni personali, preferendo mantenere il discorso sui reciproci interessi, pure molto seri.


Al contrario, andrebbe osservato che ci sono tante, tantissime persone che conosci di viso, che sei costretto a salutare per ragioni di elementare educazione, ma che tu non conosci e che loro non ti conoscono. 
Mi sto riferendo sopratutto ai vicini di casa/appartamento, ma rimane una riflessione aperta anche ad altri campi: conoscenze sul bus, vicini della casa dell'amico, genitori dell'amico ecc ecc
Quando forzatamente sono poi costretto a una conversazione, rimango sempre sorpreso dell'arroganza degli stessi; vi potrà sorprendere, ma se vedete una persona ogni giorno, non vuol dire che la conosciate o che sappiate chi è e cosa fa. 
Guardare una persona non equivale a conoscerla; vederla “dal vivo” non significa nulla. Ho visto lo stesso controllore sullo stesso treno per trenta giorni, ma questo non mi ha rivelato nulla sul suo carattere, sulla sua famiglia. Sopratutto non mi permetterei mai di dirgli cosa deve fare o come deve comportarsi. E' solo una persona che “vedi”; non vuol dire niente. 
Questo contorto preambolo per arrivare a dire che qualche settimana fa mi sono ritrovato in ascensore con una persona di mia conoscenza; devo ammetterlo, più la conversazione procedeva, più mi sorprendevo dell'estrema, ottusa arroganza che mi veniva esibita dinanzi. Sull'unico indizio della mia età, la sgradevole vecchia – perchè tale era – procedeva a criticare a tutto spiano, al punto che sono rimasto allibito, le mani che mi prudevano. Ovviamente, di fronte all'ennesimo esempio della pensionata che ha raggiunto la pensione solo perché era nel punto giusto al momento giusto e che occupa un appartamento vuoto tanto quanto le sue idee, non vale la pena arrabbiarsi. 
Il suo stesso comportamento era per me una condanna sufficiente. Non resta, in casi del genere, che comportarsi cortesemente, cercando di chiudere ogni contatto il prima possibile. Inutile reagire, si avvalorerebbero solo la tesi di partenza. Che incredibile arroganza, però!

Rientrato a casa, mi sono messo davanti al Pc e ho calpestato la tastiera producendo una decina di pagine di un racconto distopico. Roba hardcore, nello stile di Alan D Altieri.
Al che, mi ha colpito il nesso... La rabbia non mi aveva spinto a scrivere un articolo, non mi aveva spinto a scrivere una riflessione, una storia fantasy, un frammento mainstream. No, la rabbia mi aveva spinto a scrivere una distopia. L'ho trovato interessante: la rabbia mi aveva stimolato a scrivere di fantascienza pessimista, distopica. Tanto più che proprio qualche giorno prima riflettevo come il genere sia ormai controproducente sotto così tanti aspetti: la distopia Young Adult è un ossimoro offensivo verso le vittime reali delle dittature; come avvertimento la distopia non funziona perchè propone sempre una soluzione semplicistica; come critica del presente di solito si risolve in una generica e irrealizzabile imitazione della Nord Corea, che come stato è un “fossile”, un'eccezione.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
L'associazione di un sentimento a un genere specifico non dovrebbe sorprendere. 
Ad esempio, fino agli '40 dell'Ottocento, il romanzo come forma narrativa predominante in Italia era il romanzo storico, alla Ivanhoe. La soluzione rispondeva a criteri di praticità – superare la censura della Restaurazione – offrendo nel contempo quel divertimento apprezzato sia da chi aveva combattuto per/contro Napoleone, sia dai figli che scalpitavano per combattere ancora, mentre sul versante “nazionale” permetteva di concepire l'unificazione senza realizzarla effettivamente. 
In altre parole, il romanzo storico offriva una soddisfazione a quel peculiare meccanismo psicologico per cui si desidera qualcosa nel contempo senza volerla davvero. 
I moti del '30 e il fallimento del '48 porteranno alla ribalta il romanzo contemporaneo, ma a interessarci davvero è il romanzo che prende forma dopo l'unificazione. E' infatti impressionante constatare come gli ideali del Risorgimento crollino all'improvviso, scompaiano come niente: c'è un tentativo di unificazione linguistica con a capo il toscano, ma la disillusione è forte, fortissima, almeno per come la presenta Tellini nella sua saggistica. Come va di moda tra i culturalisti oggigiorno, si potrebbe rimproverare ai romanzieri la colpa di aver fomentato un clima pessimista con le proprie opere; per chi invece ricerca una prospettiva razionale e scientifica, diventano evidenti le magagne immense di un sistema accentrato con l'unica guida della Casa Savoia, paralizzato da letali conflitti di potere e afflitto da un analfabetismo imbarazzante, a cui difficilmente potevano far fronte i libelli e i romanzetti toscani, densi di sentimentalismo e amor di patria.
E' dunque chiaro come la narrativa disperata del periodo fosse un riflesso, un prodotto delle ansie economiche, tra crack in Borsa, fallimenti della Banca Italiana e una corruzione crescente. Per ogni De Amicis abbiamo un Verga, o per lo meno un autore Scapigliato pronto a prendersi in giro, a ricercare il brutto, il grottesco, lo psicologismo rivolto all'interiorità disinteressata alle visioni eroiche del Risorgimento.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1902)
Tutta questa pappardella, per spiegarvi come sono convinto che a ogni periodo storico, a ogni decennio corrisponda un dato genere predominante, che risulta la concretizzazione delle ansie e della struttura economica del momento. In tal senso, ritengo di poter dire con sufficiente sicurezza che la fantascienza distopica, anziché preavvertire una futura distopia, sia semplicemente la conseguenza del Crack economico del 2007 e da quel momento in poi sia stata associata per circa un decennio (2007-2017) al progressivo furore di una popolazione che si riteneva a buon ragione ingannata.
Motivazioni economiche, la “pancia”, che hanno suscitato una rabbia che sua volta si è tradotta, in un clima ancora relativamente benestante, ma velocemente eroso, in una narrativa fantascientifica a carattere distopico. Il carattere di buon attivista della distopia andava d'amore e d'accordo con la gran parte dei movimenti e dei gruppi dei successivi cinque anni, da Occupy Wall Street a Podemos.
Allo stesso modo, però, dei tanti Divergent e Hunger Games, la protesta è rimasta circostanziata, spegnendosi e risolvendosi in dibattiti sterili, dove l'ossessione per una “rivoluzione dalla rete” ha presto perso ogni contatto con la Realtà, quella con la “R” maiuscola. 
Probabilmente l'elezione di Trump è stato il canto del cigno di questo modo di pensare: migliaia su migliaia di giornalisti e blogger e attivisti intenti a fare campagna dalle proprie pagine blog, facebook, twitter... dimenticando che i sostenitori del loro nemico, Drumpf, molto semplicemente non leggevano Internet e certo non leggevano i post da loro etichettati “liberali”. La prigione della Rete ha rivelato per l'ultima volta (spero), che senza un aggancio al mondo reale non produce cambiamenti. Perchè l'Agente Smith possa incarnarsi, deve passare dalla Matrice al mondo di carne e ossa, il mondo dove a una caduta corrisponde una gamba rotta. 
La fantascienza distopica in tal senso ha dato la stura alla rabbia di quegli anni, senza tuttavia preventivarne il pericolo o fornirne una minima alternativa.

Il mio "fantasy" (dalla rivista art nouveau Jugend, 1896)
In questi mesi, al di fuori della mia arrabbiatura, pensavo a un altro genere invece trascurato, ovvero il Fantasy. Non l'Urban Fantasy, o il Weird, o la fantascienza alla Star Wars, cioè fantasy con le spade laser: no, proprio il Fantasy inteso come un mondo parallelo al nostro, straordinario e terribile. Non per forza una landa medievale, però, sì, qualcosa di classico.
High Fantasy, insomma. Bene contro Male, nei limiti del kitsch.

Il lavoro sul mio saggio del Signore degli Anelli infatti mi ha rivelato una prospettiva che già sospettavo: Tolkien attingeva in profondità alle terre dove viveva. Non all'Inghilterra come nazione e nemmeno a Oxford come mondo universitario: ma alla regione dov'era nato, alle terre e ai pochi acri a lui circostanti. E' su quei ruderi celtici, su quelle montagne erose dal tempo, su quelle lande fangose dagli strani toponimi che ha estratto l'oro prezioso della sua narrativa. Gli studi, la filologia gli hanno fornito gli strumenti indispensabili per comprendere quel mondo, per dargli forma, per forgiarlo in un'arma narrativa formidabile. Senza la documentazione, partorisci un aborto. Senza uno stile di scrittura studiato e rielaborato e rivolto al lettore, non allo stronzo arrogante dentro di te, non ottieni niente di degno. 
Non c'è, almeno per me, alcun dubbio che la geografia e la bellezza del Signore degli Anelli derivino dalla comunità locale, dalla terra dove il professore abitava, da cui ha distillato gli ingredienti che più amava – lo si vede negli hobbit, ovviamente, ma anche negli uomini di Brea, o negli elfi di Granburrone.

Qui si pone il passaggio interessante: proprio perchè legato a un ambiente quasi “di famiglia”, suo e unicamente suo, non possiamo imitare Tolkien imitando il suo genere di fantasy. E' un'operazione che non ha senso: come provare sentimenti per l'infanzia di uno sconosciuto, per i ricordi a lui cari. 
Il lettore può farlo, perché s'immedesima negli hobbit; lo scrittore non può, perché non ha il “vissuto” che aveva Tolkien, perché non ha il background inglese e piccolo borghese su cui ha costruito il suo mondo.
Sarebbe un'opera da parassita, come cercare di fingere di essere qualcun'altro. Il risultato è grottesco, non ultimo perché manca, accanto a questo elemento quasi biografico, la componente di duro lavoro di scrittura e ricerca. 

Per questo motivo, nei mesi scorsi, pensavo a scrivere un Fantasy. E mentre mettevo le mani sulla tastiera continuavo a pensare come non potevo, sebbene cercassi, attingere a quel background celtico-medievale-rurale di Tolkien. Io non sono nato in campagna, non ho mai scorrazzato tra i boschi, sono una persona urbana, a suo agio nell'architettura di una solida città vittoriana, meglio art nouveau, al più modernista: i moti dell'animo di chi ama i fioruncoli e i panorami idilliaci non mi appartengono. Ho pertanto iniziato un lavoro di scandaglio interiore. Ho lentamente, dolorosamente cercato di individuare cosa amo – a livello sociale, di identità e comunità – del mondo in cui vivo. E a sua volta quale mitologia e quale leggende e quali studi filologici posso svolgerci. L'idea sarebbe di trovare per primi gli elementi positivi, stavolta; per primi gli elementi quali valori e immagini su cui poi costruire il mio mondo fantasy. Un mondo pertanto triestino, in un certo senso; bibliotecario, in un altro; burocratico e urbano in un altro ancora. Questi sono infatti gli ambienti in cui mi muovo. Da queste basi indagare quanto più approfonditamente per scovare localmente e solo localmente, gli elementi di leggenda, i mattoni lego “mitemi” con cui costruire le fondamenta di cosa voglio scrivere.

Il mio "fantasy" (dalla rivista Jugend, da cui Jugendstil, del 1902)
Perchè questo sforzo, al di là del fatto che scrivere è l'unica cosa di cui sono capace e che ironicamente è tra le abilità più inutili e superflue oggigiorno?
Ci si ricollega al discorso della distopia e alla rabbia dell'esordio. A livello infatti nazionale e personale, ritengo che la rabbia stia cedendo il passo alla semplice tristezza. Disperazione, in alcuni casi. Ma tristezza, per lo più. La gente, lo vedo in strada, lo sento in giro, è semplicemente distrutta. Al di là dei pensionati che affollano i bus e le Poste e di chi sa che il suo posto e il suo futuro sono al sicuro, mi sembra che la gran parte della popolazione sia ormai affranta, con la calma traumatizzata del reduce. C'è un limite attraverso cui puoi pompare violenza e minacce e a livello politico, sia sulla scena nazionale che internazionale, credo sia stato raggiunto. In quest'ambiente, ipotizzo che il Fantasy come genere classico tornerà a essere letto in gran numero. Non solo Young Adult, non solo ennesime contaminazioni con altri generi, ma Fantasy con la F maiuscola, Fantasy puro.

Quando la Compagnia dell'Anello uscì in sala, non erano passati che pochi mesi dall'attentato del'11 settembre 2001. Sarebbe bastato che fosse uscito a ottobre, a novembre e una popolazione ancora “stordita”, l'avrebbe ignorato e Peter Jackson si sarebbe ritrovato a spasso. Ma La Compagnia uscì a dicembre... quando le genti erano ormai tristi, ma erano uscite dallo shock. E fu un successo, perché il Fantasy è un genere che da speranza quando si è abbattuti, è un genere che nella sua forma più pura risolleva dalla disperazione.
Quando Tolkien, a sua volta, scrisse Il Signore degli Anelli, era nella Terra Desolata degli anni '40 del Novecento, dentro quell'inferno di sangue e shrapnel della Seconda Guerra Mondiale, dove solo flebili Irradiazioni come quella di Junger o dello stesso Tolkien brillavano come fragili fiammelle nel buio più cieco. Tempi tristi, tempi in cui scrivere Fantasy.

La situazione in cui ci troviamo, tranne che per pochi privilegiati, è ugualmente cupa: ritengo che per ragioni geo-politiche ci aspetti un'apocalisse, l'equivalente del ventunesimo secolo della Grande Guerra. Per questa ragione, penso che sia di nuovo scoccata l'ora per il Fantasy e per i grandi romanzi, con cui a tenere a bada l'orrore che ci aspetta.  

lunedì 21 novembre 2016

La bella vita del legionario: Giochi Africani, di Ernst Junger


Giochi Africani, di Ernst Junger, è forse una delle sue opere più leggibili.
Heliopolis è una distopia raffinata, ma decisamente invecchiata cogli anni – lo scienziato alla Steve Jobs è un italiano, per dire – mentre Boschetto 125 è una versione letteraria e pesante delle Tempeste d'acciaio: al contrario Giochi Africani è un vero romanzo, che possiamo rintracciare al genere picaresco. Il nostro protagonista, un alter ego di Junger, è uno studente di sedici anni appassionato di romanzi d'avventura e storie di esplorazione in Africa. Il suo passatempo preferito consistere in leggere, leggere e leggere, immedesimandosi nei protagonisti di queste dime novels di inizio '900. Quando coltivare queste perversioni letterarie non basta più, decide di sfruttare la retta annuale del collegio per fuggire dalla famiglia, comprarsi una pistola e viaggiare in Francia a Metz, con la confusa idea di arruolarsi nella Legione straniera.
La realtà del colonialismo francese e del Marocco in particolare si rivelerà ben'altra cosa...

venerdì 14 ottobre 2016

La maschera di Musashi


Junger racconta nel suo diario come, quand'era giovane, il mondo del romanziere russo Tolstoj gli sembrasse reale quanto il nostro: negli anni vissuti nell'ozio dell'intellettuale in seguito alle ferite nella Grande Guerra, aveva acquisito quest'abitudine mentale; i personaggi, gli ambienti e i “tipi” descritti da Tolstoj gli balzavano di fronte agli occhi di continuo, confondendo reale e narrativa.

Questo bagaglio di riferimenti, di ricostruzione che oggi definiremmo “virtuale”, era possibile solo per l'ampiezza stessa dei mattoni romanzi russi: oggigiorno risulterebbe impensabile. E' interessante, a questo proposito, come sia divenuto un complimento definire un romanzo “leggero”, in allegra compagnia con aggettivi leopardiani come “vago”, “impalpabile”, “si legge velocemente”, “agile” ecc ecc La povertà, se non l'assenza, delle descrizioni nelle opere attuali impedisce di citarle, di vederle nel reale; l'operazione compiuta da Junger fallisce miseramente. Per altro, saltare le descrizioni per lasciar tutto all'immaginazione del lettore presuppone che il lettore abbia fantasia, cosa tutt'altro che scontata...

lunedì 18 luglio 2016

Il Grande Strappo, di Giuseppe Menconi.


Landon Banes è un semplice minatore di taunuxanio sulla colonia di Armissan, un derelitto insediamento ai margini dello spazio conosciuto. La vita sul pianeta è dura, tra escursioni in esoscheletri corazzati, passeggiate tra la lava e operazioni di estrazione in un ecosistema “minerario” adattatosi a condizioni estreme. 
Landon però, è contento: sa di fare il lavoro di Dio.
Il tauxanio servirà infatti alla costruzione del Portale, un dispositivo per il viaggio extradimensionale costruito presso santa Terra, il pianeta natale dell'Umanità.
Siamo infatti nel XXV secolo e lo “strappo” profetizzato nel XXI secolo si sta tragicamente avverando: l'universo sta implodendo, risucchiando pianeti, stelle, ogni genere di energia umani compresi.
Acqua alla gola, l'umanità si è fratturata in due diverse fazioni: la Federazione di papa Callisto, cui Landon è fedele (in entrambi i sensi) e l'Unione di Mizar. La prima è uno stato teocon dove si è realizzata dopo secoli di guerre di religione la vocazione imperialista del cattolicesimo; la seconda all'opposto un gruppo sovversivo di atei collettivisti che combattono per la distruzione del Portale.
Landon, durante il suo lavoro su Armissan, intuisce come sia solo propaganda, ma desidera disperatamente crederci. E' infatti padre e se la moglie è depressa e scoraggiata dalla vita nella colonia, il sorriso delle sue due figlie lo consola e lo riempie di gioia a ogni sera di ritorno dal lavoro. Vive per la famiglia e farebbe di tutto per salvarla. E' per questo che si attiene rigidamente ai protocolli di sicurezza, biasimando ogni incidente dei suoi colleghi alla disattenzione, come ribadendo a ogni piè sospinto che Callisto li salverà tutti. In altre parole, Landon è l'operaio grato del padrone, il minatore convinto che lavorare sodo&onesto siano l'unica strada per la salvezza.
La monotonia di ogni giorno si strappa però quando l'Unione a sorpresa attacca la colonia. Landon insiste per attenersi agli standard di sicurezza, ma per la prima volta fallisce. L'Unione non è debole come insistevano i canali di comunicazione, dispone addirittura di tecnologia aliena: le difese non valgono a nulla e per Landon inizia una disperata corsa per difendere la famiglia.
Vero inizio di una via crucis dove Landon scoprirà suo malgrado che tutto quello che gli è stato raccontato, impartito e catechizzato è una patetica bugia.

venerdì 5 febbraio 2016

Apologia della guerra di trincea


La prima guerra mondiale è stato l'unico conflitto dove la fanteria ha combattuto nelle trincee. Dal momento della nascita del carro armato, la fata turchina degli armamenti ha deciso che le trincee non sarebbero mai state più usate e che la guerra sarebbe diventata mobile. La seconda guerra mondiale è infatti caratterizzata dall'assenza delle trincee. La guerra di trincea sul fronte orientale, il Vallo Atlantico, la linea Sigfrido, la guerra di trincea nelle città sotto assedio, dalla Francia, al Belgio, alla Germania. La corsa alla capitale, Berlino. Sebastopoli. Stalingrado. Varsavia. In ciascuna di queste occasioni, così come in Africa e sul fronte giapponese a Iwo Jima, le trincee e la guerra di logoramento hanno svolto un ruolo tutt'altro che “marginale”.
Le trincee non sono nemmeno nate con la Prima Guerra Mondiale.
Negli assedi dal XVII al XVIII secolo, così come nelle battaglie campali dove gli elementi naturali lo permettevano, trincerarsi era la tattica tradizionale. Nell'epoca post napoleonica, l'assedio sanguinoso e interminabile a Sebastopoli (1) è stata senza alcun dubbio guerra di trincea. La guerra di Crimea risulta, per l'uso delle tecnologie e per l'attrito evidente tra tattiche tradizionali e nuove tecnologie, una chiara antesignana della prima guerra mondiale.
La guerra civile americana è una successione di assedii e battaglie campali dove sia i nordisti che i sudisti si trincerano. L'artiglieria ha talmente progredito dall'era napoleonica che assaltare in massa risulta una tattica suicida.
La guerra russo-giapponese del 1905, l'ennesimo esempio di guerra di trincea. La dottrina occidentale dell'elan, applicata dai giapponesi, si infrange sul filo spinato, sulle mitragliatrici e sulle trincee russe di Port Arthur.

(1914)

lunedì 27 aprile 2015

Irradiazioni. Diario 1941-45, di Ernst Junger


Mi viene da pensare che spesso il giudizio che ci affrettiamo a dare sui siti e sui social sia viziato senza speranza dal contesto e dall'ambiente in cui viviamo.
E' chiaro che un conto è leggere un libro sul bus verso lavoro, un altro è gustarlo nella comodità della propria poltrona, un altro leggerlo accoccolato sotto le lenzuola in attesa di morfeo, un altro ancora leggerlo per lavoro allo scopo di dedurne punti di forza e difetti...

Non ho dubbi che sul libro di oggi, questo “Irradiazioni. Diario 1941 – 45”, il peso del luogo e delle circostanze abbia influenzato a fondo il giudizio finale. Nella (unica) versione cartacea, sono oltre seicentotrenta pagine di diario scritte negli anni più sanguinosi di un secolo già eccezionalmente sanguinoso, intervallate d'aforismi, riflessioni erudite, filosofismi molto lontani dal nostro pensiero.
E' una lettura insomma difficile, molto difficile: adatta a una lettura “lenta”, che soppesi parola per parola, disposta a concedere a uno Junger ormai adulto e pienamente filosofo qualche “libertà” in termini di quanto consideriamo dati&verità assodate.
Non posso non osservare che se non fossi andato a Praga e se non ci fossi andato in pullman, non sarei mai riuscito a leggere questo “Irradiazioni”. Mai più a casa o in bus sarei riuscito a digerire un diario così ricco, l'occhio come una mina vagante verso altre forme di distrazione.
Il pullman invece si è rivelato una perfetta alcova per la lettura del diario: tante ore di viaggio, l'unica compagnia del lettore ebook, il cullare del motore a scoppio all'assalto della strada. Senza voler offendere chi soffre di mal d'auto, leggere in pullman offre un ottimo allenamento visivo; dopo infatti aver letto per mezz'ora, un'ora, basta levare lo sguardo verso il finestrino per distendere gli occhi verso paesaggi lontani. In biblioteca l'unica distensione sarebbe quella di un muro crepato, o dell'ennesima tuta da ginnastica dell'ennesima studentessa col naso giù a studiare. Al contrario, per tutto il viaggio di ritorno, dove divorai oltre trecento pagine del diario, potevo riflettere su quanto appena letto guardando il paesaggio austriaco: paesini ordinati, trenini e montagne, boschi e cime innevate. E' un po' naif sottolinearlo, ma la differenza si sente, eccome!

Nelle tempeste d'acciaio era uno splendido spaccato della prima guerra mondiale, scritta da un giovane il cui culo fortuna l'aveva portato a prendere la Pour le Mérite, al termine d'un percorso degno di un eroe dell'antichità classica.
Irradiazioni, al contrario, ribalta totalmente il diario della prima guerra: Junger ormai ha quarant'anni, è sposato, ha figli nell'esercito. Ha terminato da nemmeno un anno il romanzo Sulle scogliere di marmo, che circola negli ambienti dell'esercito: per quanto lo permetta un partito nazista sempre più burocratico e insofferente del “vecchio” eroe di guerra, Junger è uno scrittore con il suo pubblico, con i suoi lettori. Il valore nelle precedenti battaglie assieme al fascino contorto di Hitler per Le tempeste d'acciaio salveranno Junger dalle grinfie dai cani rabbiosi delle SS e della Gestapo. In cambio, il suo atteggiamento ambivalente verso il nazismo gli causerà problemi col governo alleato. Sorvolerò sul perchè Junger non abbia tradito il regime nel 1945, quando l'esito del conflitto era ormai chiaro. Il problema non m'interessa. La fedeltà – fedeltà a denti stretti, fedeltà indifferente – è un concetto che non entra nel cervello italiano, talmente abituato a saltare sul carro del vincitore da considerare scemo o fanatico chi preferisce mantenere l'obbedienza che deve in quanto membro dell'esercito. “Fare i furbi” è un modo di dire italiano, intraducibile nella lingua (ma anche nell'etica...) tedesca. Per Junger, specie nel biennio 1944-45, continuare a vestire l'uniforme di ufficiale è una scelta di puro pragmatismo. Col potere che gliene deriva potrà se non altro attenuare le durezze dei soldati al suo comando, limitare gli abusi di una polizia ormai fuori controllo e salvare quel poco che si può salvare. Scelta discutibile, come molte altre del libro: ma più che comprensibile, venendo da un uomo che perde in questo quinquennio sia il padre che il figlio, ammazzato in Italia.


lunedì 20 aprile 2015

Hugo del 2015 e fantascienza militare: Big Boys Don't Cry, di Tom Kratman


Sono rimasto sgradevolmente sorpreso che nella blogosfera italiana nessuno si sia occupato a fondo dell'ultima polemica in terra d'America sugli Hugos.
Probabilmente mi sono perso articoli importanti da siti che non seguo, ma ho l'impressione che al di fuori di un articolo “forte” pubblicato da Fantascienza.com e un altro da Players, nessuno abbia trattato a fondo l'argomento. Non si può negare che sia un argomento complesso, con più opinioni da menti illustri come John Scalzi e George rr Martin; e tuttavia un dibattito italico sarebbe risultato interessante.
Il problema in pillole per chi se lo sia perso: gli Hugo, premio di fantascienza popolare attivo dal 1953, quest'anno sono stati vigliaccamente sabotati da due gruppi di fantascienza destrorsa americana, i Sad Puppies e i Rabid Puppies. Entrambi i movimenti rivendicano maggior spazio alle opere di fantascienza a loro giudizio lette “dal popolo” contro quelle che ritengono premiazioni “viziate” da un eccessivo favoritismo verso minoranze e radical-chic. In altre parole, Larry Correia tra i portavoce dei Sad Puppies ritiene che nell'ultimo decennio il politically correct abbia sabotato il giudizio degli Hugos, che sono andati a solo beneficio dei “favoriti” del momento, senza considerare il reale valore dell'opera.
I Rabid Puppies invece, il cui leader Vox Dei (!) è finlandese, contestano gli Hugos con maggiore violenza, esprimendo le uguali proteste di Correia, ma corredandole con diverse accuse, tutte più o meno retard, dalla misoginia internettiana di reminiscenze del Gamergate ai solit rant complottisti.
Si può riconoscere la validità di alcune proteste di Correia e dei Sad Puppies, ma in ambedue i casi alla base c'è quel cultural marxism, che ipotizza un improbabile complotto di sinistra a danni del bistrattato “uomo bianco medio”. 
I Sad Puppies non sembrano accorgersi che da quando gli Hugos vennero introdotti nel 1953, sono stati premiati autori di ogni estrazione politica senza reali preferenze. Al di fuori della decisione sgradevole di rovinare la fantascienza con esplicite posizioni politiche, i Sad Puppies peccano d'ignoranza storica, lodando autori come Heinlein che dopo aver scritto fantascienza militare come Starship Troopers, iniziava quel romanzo hippie che è Straniero in terra straniera.


Convinti dunque che gli Hugos fossero irrimediabilmente corrotti dall'interno, i Sad Puppies hanno compilato una lista di opere – all'insaputa degli autori dei suddetti romanzi, s'intende – e hanno deciso che li avrebbero promossi con ogni mezzo possibile. Fin qua, tutto regolare: si vuole promuovere fantascienza che si ritiene di qualità, tramite un'organizzazione di appassionati. Più che giusto. Tuttavia, per votare le opere che si desiderano, occorre comprare una quota d'iscrizione di 40 dollari. La quota include le opere vincitrici e la possibilità di accedere al voto. E' una scelta ragionata per scremare i vecchi appassionati dai lettori occasionali cui piace premere a ripetizione sui bottoni delle liste. La cattiveria dei Sad Puppies è stata acquistare più biglietti possibili per accaparrarsi quanti più voti disponibili. E' una mossa sleale, ai limiti della legalità. Affonda nell'idea di una leva di massa generale, dove si vuole sommergere il nemico con il proprio numero. Non c'è alcun tentativo di argomentazione, o di giustificazione: sono le stesse tecniche di spam e harrassing tipiche del Gamergate. Quanti, di questi lettori “comprati” dai Sad Puppies, hanno letto effettivamente le opere in gara? Quanti sono effettivamente appassionati di fantascienza, come il vecchio zoccolo duro che vota ogni anno? Credo pochi, se non nessuno.
Larry Correia, in uno scambio telematico con George rr Martin, è un buon rappresentante della categoria dei Sad Puppies. Mescola rivendicazioni prive di fondamento a inesistenti discriminazioni. Afferma di esser stato maltrattato agli Hugos solo perché mormone e libertario, ma risulta incapace di citare situazioni dove effettivamente questo fantomatico bullismo si sia verificato. Molto pacatamente, Martin gli fa notare che neppure lui fu trattato bene agli Hugos negli anni 70' e che nessuna delle circostanze che cita sono straordinarie. Sfugge a Correia la semplice idea che, se non ha raggiunto i premi che voleva, è solo perché non scrive ancora sufficientemente bene. D'altronde, Grimnoir Chronicles, nonostante sia un buon romanzo (ehi, lo consigliava Giobblin!) mostra una caratterizzazione psicologica e una cura nella ricostruzione storica del tutto assente. 
Ma eh, no! Se Correia e altri valenti autori non sono stati premiati, la colpa è sicuramente di malvagie femministe-ebree-socialiste... >__< 

L'atteggiamento generale in Italia sembra quella del boicottaggio: gli Hugo – almeno nelle categorie della narrativa breve – sono stati sabotati, dunque non li pubblicheremo, né daremo loro visibilità. Non sono molto d'accordo. In primo luogo, i Sad Puppies hanno sempre piagnucolato d'esser vittima di un sistematico boicottaggio che proibiva loro alcun premio. Di conseguenza semplicemente allinearsi ai loro pregiudizi boicottandoli a loro volta non mi sembra una mossa geniale, quanto piuttosto una conferma ai loro rant complottisti. Ugualmente, la proposta di votare NO AWARD in ogni categoria come protesta verso il sabotaggio rischia di eliminare quelle opere in gara “fuori” dalle liste dei Sad Puppies, che a fatica erano riuscite a qualificarsi.
Pertanto, la scelta migliore per quanto mi riguarda è leggere senza pregiudizi ogni opera premiata, cercando di estrapolare quanto c'è di valido senza boicottare indiscriminatamente tutto. In questo modo, si potrà premiare quanto c'è di buono nell'establishment, dimostrando ai Sad Puppies che sì, possono venire premiate opere di ogni estrazione a patto che siano ben scritte.
E' con questa disposizione di spirito, che ho letto Big Boys Don't Cry.

In un lontano e oscuro futuro (cit.) la guerra è affare di pertinenza di giganteschi carri corazzati. Questi monumentali tank, della grandezza di interi edifici, comprendono un vasto arsenale di cannoni, lanciarazzi, armi a energia e decine di torrette. Sono un esercito in una sola macchina, un mostruoso conglomerato di forza bruta inviata per sedare ribellioni e conquistare pianeti. 
Mentre la fanteria umana e i droni d'appoggio vivono nel ventre della macchina e svolgono funzioni di supporto, il tank è comandato da una sofisticata intelligenza artificiale, capace di compiere decisioni autonome e coordinare con perfetta precisione le diverse torrette. A tutti gli effetti, questi carri armati sono esseri pensanti, dotati di un loro carattere e umore.
Seguiamo perciò le avventure di Maggie, un'intelligenza artificiale femminile che ha vissuto centinaia di conflitti e la cui unica debolezza è un amore per i fiori nel database delle informazioni sulla Terra...

Il romanzo breve parte con un'imboscata di una razza aliena, gli Slugs. Questi molluschi antropomorfi combattono una guerra di schermaglie e agguati. Maggie, colta in un'imboscata, sceglie di sacrificarsi fino all'ultimo bullone per permettere la ritirata al grosso delle truppe: il primo quarto del romanzo è infatti la descrizione di una battaglia campale disperata, dove gli Slugs/persiani muoiono a migliaia contro Maggie/Sparta. Il carro sopravvive, ma è talmente malmesso che viene recuperato da una squadra di manutenzione umana per venire dismesso... e demolito.
Da lì in poi, Maggie rivive le sue memorie di guerra nella galassia, mentre gli operai le staccano gli occhi/visori, i polmoni/tubi d'energia e lentamente la spengono.


venerdì 11 luglio 2014

Nelle tempeste d'acciaio, Ernst Junger


C'è sempre stata abbondanza di autobiografie e testimonianze sulla prima guerra mondiale e com'è ovvio l'anniversario 1914-2014 ha portato ristampe e nuove testimonianze.
Ammirevole, in tal senso, l'operazione inglese, che ha reso disponibile la bellezza di 4 milioni di testimonianze (in continuo aumento) di documenti di fanti e ufficiali sul fronte, liberamente disponibili al pubblico. Se iniziative di vario genere sono inoltre attive in Francia e in Italia, la Germania vegeta in una curiosa indifferenza.
La ricorrenza non desta interesse, o viene tenuta viva da piccole cerchie di storici e eccentrici. Un bell'articolo della BBC indagava il curioso fenomeno. Un peccato, perché il testo che volevo proporre in quest'articolo è proprio tedesco e nella cronologia tormentata dei reduci dalla Grande Guerra, è tra le prime testimonianze. Si tratta dei diari di Ernst Junger, Nelle tempeste d'acciaio.

Non senza provare un certo brivido, mi ricordo che durante quella colazione tentai di svitare uno strano, piccolo apparecchio, trovato davanti ai miei piedi sul fondo della trincea; credetti di riconoscere, Dio sa perché, una «lanterna da assalto». Soltanto molto più tardi capii che l'oggetto col quale avevo scherzato era una bomba a mano già priva di sicura.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Remarque?
Data della prima edizione: 1929
Un anno sull'altopiano, di Emilio Lussu? 1938
E in tutto questo Nelle tempeste d'acciaio data già al 1920!
Il flemmatico Junger aveva raccolto i suoi scritti di trincea, li aveva raccolti, riordinati e li aveva subito mandati alle stampe, con peraltro ottimi risultati di vendita.
Il dato è importante, perché senza nulla togliere al grande valore letterario delle opere precedentemente citate, più ci si avvicina cronologicamente a un evento storico, più – com'è logico- la testimonianza si fa attendibile.

Non è certo una novità che occorra prendere con le pinze le testimonianze storiche “viventi” di chi abbia vissuto di prima persona un conflitto; specie infatti se la testimonianza è orale, il retroterra dell'attuale panorama politico-culturale risulterà impossibile da eliminare. Non si fanno domande in piena oggettività, ci si aspetta sempre una risposta, o quantomeno una risposta di un certo tipo. Così, in Friuli Venezia Giulia, le prime ricerche sui Benandanti degli anni Sessanta incontravano l'ostilità dei contadini, che rispondevano di non aver mai saputo nulla di superstizioni del genere; sapevano bene che la superstizione pagana era vietata e ridicolizzata da preti e gente istruita e preferivano così tacere. Ma dopo neanche vent'anni, la situazione cambia: i ricercatori vengono accolti benevolmente, le superstizioni vengono spiegate, a volte arricchite con particolari inventati. Il contadino è ora consapevole che non lo si sta ridicolizzando; è ormai in pensione, sa cos'è il lavoro di antropologo e l'importanza di conservare le tradizioni. Quella dei Benandanti non diventa più “superstizione” da nascondere.
Piccolo esempio, ma credo utile per chiarire come l'oggettività estrema in storia non esista e come purtroppo non possiamo viaggiare indietro nel tempo e lasciare telecamere che ci diano la visione “fredda e scientifica” che vorremmo.*
Di conseguenza ogni testimonianza sceglie cosa e come trasmettere e su quale tema battere cassa.

Quest'aspetto va tenuto in grande considerazione quando si analizza Junger.
Oltre al suo valore di scrittore, che va al di là del suo ruolo della grande guerra, ma attraversa il novecento con una grande messe di scritti, il nostro giovane tenente annota i suoi diari con stile laconico, lento e preciso.

Il diario esordisce con il suo arrivo al fronte nel 1914 e procede di anno in anno, superando snodi fondamentali, come la sua prima battaglia e la sua prima ferita e arrivando infine al 1918, quando ferito per la quattordicesima volta ricevette la stella d'onore Pour le Meritè.
E persino nei suoi momenti più concitati, il tono è flemmatico, calmo; con nelle vene più ghiaccio che sangue. Il modo con cui viene descritta la trincea del 1915 ricorda più l'aratura dei campi che una fortificazione. Il modo con cui tranquillamente l'autore decide di “fare un giro d'esplorazione” nella trincea nemica, ricorda una scampagnata con gli amici, un picnic mortale. Non c'è sventatezza, in queste descrizioni, o incoscienza; più una sorta di... umh... non saprei come descriverlo, se non la soddisfazione del lavoro ben fatto. Junger, a differenza degli sfortunati coscritti francesi e italiani, si arruola perché lo vuole. Apprezza il lavoro del soldato, lo sente suo.
Ovviamente, questo per un lettore contemporaneo è inaccettabile.
Junger sembra volersi porre in un interstizio, un limbo che non viene mai previsto dagli attuali schieramenti Guerrafondai Vs Pacifisti.
La guerra che combatte non è una guerra “giusta”, combattuta per la pace o per liberare dalla tirannia un popolo.
Non è nemmeno una guerra nazionalista, nel senso di difendere la propria patria o annientare una volta per tutte il nemico.
Per Junger, la guerra è solo guerra. E' un conflitto, che ha valore di per sé stesso, una macchina che carbura esseri umani, ma che non lo spinge a odii insensati o all'amore per l'uccisione.
Con grande abilità, Junger si tira fuori da tutte queste “prese di posizione” pro o contro.
Il lettore di conseguenza è infastidito da tanta indifferenza, perchè abituato a essere imboccato di giudizi netti e severi, di condanne morali lanciate dal cielo. Ma dalla penna di Junger non esce mai né lode né critica.
La guerra è un universo a sé, che trasforma gli uomini in qualcos'altro, al di là del bene e del male.
Le condanne le lancino i preti.

Solo un tenente e un sergente erano riusciti a passare il reticolato. Il tenente cadde benché portasse una corazza sotto l'uniforme, perché una pistolettata tiratagli da Reinhardt a bruciapelo gli aveva conficcato un pezzo di metallo della corazza nel ventre. Il sergente ebbe le gambe quasi amputate dalle bombe a mano; tuttavia tenne fino alla morte, con stoica flemma, la sua corta pipa stretta fra i denti. Anche lì, come del resto dovunque ci scontrammo con gli inglesi, riportammo una favorevole impressione di audacia e di coraggio virile.
In quella mattinata di successi, me ne andavo attraverso la trincea osservando il tenente Pfaffendorf che, sulla piazzola di una sentinella, con gli occhi fissi al binocolo a forbice, dirigeva il fuoco dei suoi lanciabombe. Notai subito un inglese che, dietro la terza linea nemica, camminava al di sopra della copertura, disegnandosi netto sull'orizzonte con la sua uniforme kaki. Strappai di mano alla sentinella più vicina il fucile, regolai l'alzo a seicento metri, presi di mira l'uomo un poco avanti alla testa e premetti il grilletto. Quello fece ancora tre passi, poi cadde sul dorso, come se gli avessero tolto le gambe di sotto il corpo, agitò le braccia e rotolò nel cratere di una granata; attraverso le lenti vedemmo brillare ancora a lungo la sua manica marrone fuori dell'orlo.