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lunedì 27 aprile 2015

Irradiazioni. Diario 1941-45, di Ernst Junger


Mi viene da pensare che spesso il giudizio che ci affrettiamo a dare sui siti e sui social sia viziato senza speranza dal contesto e dall'ambiente in cui viviamo.
E' chiaro che un conto è leggere un libro sul bus verso lavoro, un altro è gustarlo nella comodità della propria poltrona, un altro leggerlo accoccolato sotto le lenzuola in attesa di morfeo, un altro ancora leggerlo per lavoro allo scopo di dedurne punti di forza e difetti...

Non ho dubbi che sul libro di oggi, questo “Irradiazioni. Diario 1941 – 45”, il peso del luogo e delle circostanze abbia influenzato a fondo il giudizio finale. Nella (unica) versione cartacea, sono oltre seicentotrenta pagine di diario scritte negli anni più sanguinosi di un secolo già eccezionalmente sanguinoso, intervallate d'aforismi, riflessioni erudite, filosofismi molto lontani dal nostro pensiero.
E' una lettura insomma difficile, molto difficile: adatta a una lettura “lenta”, che soppesi parola per parola, disposta a concedere a uno Junger ormai adulto e pienamente filosofo qualche “libertà” in termini di quanto consideriamo dati&verità assodate.
Non posso non osservare che se non fossi andato a Praga e se non ci fossi andato in pullman, non sarei mai riuscito a leggere questo “Irradiazioni”. Mai più a casa o in bus sarei riuscito a digerire un diario così ricco, l'occhio come una mina vagante verso altre forme di distrazione.
Il pullman invece si è rivelato una perfetta alcova per la lettura del diario: tante ore di viaggio, l'unica compagnia del lettore ebook, il cullare del motore a scoppio all'assalto della strada. Senza voler offendere chi soffre di mal d'auto, leggere in pullman offre un ottimo allenamento visivo; dopo infatti aver letto per mezz'ora, un'ora, basta levare lo sguardo verso il finestrino per distendere gli occhi verso paesaggi lontani. In biblioteca l'unica distensione sarebbe quella di un muro crepato, o dell'ennesima tuta da ginnastica dell'ennesima studentessa col naso giù a studiare. Al contrario, per tutto il viaggio di ritorno, dove divorai oltre trecento pagine del diario, potevo riflettere su quanto appena letto guardando il paesaggio austriaco: paesini ordinati, trenini e montagne, boschi e cime innevate. E' un po' naif sottolinearlo, ma la differenza si sente, eccome!

Nelle tempeste d'acciaio era uno splendido spaccato della prima guerra mondiale, scritta da un giovane il cui culo fortuna l'aveva portato a prendere la Pour le Mérite, al termine d'un percorso degno di un eroe dell'antichità classica.
Irradiazioni, al contrario, ribalta totalmente il diario della prima guerra: Junger ormai ha quarant'anni, è sposato, ha figli nell'esercito. Ha terminato da nemmeno un anno il romanzo Sulle scogliere di marmo, che circola negli ambienti dell'esercito: per quanto lo permetta un partito nazista sempre più burocratico e insofferente del “vecchio” eroe di guerra, Junger è uno scrittore con il suo pubblico, con i suoi lettori. Il valore nelle precedenti battaglie assieme al fascino contorto di Hitler per Le tempeste d'acciaio salveranno Junger dalle grinfie dai cani rabbiosi delle SS e della Gestapo. In cambio, il suo atteggiamento ambivalente verso il nazismo gli causerà problemi col governo alleato. Sorvolerò sul perchè Junger non abbia tradito il regime nel 1945, quando l'esito del conflitto era ormai chiaro. Il problema non m'interessa. La fedeltà – fedeltà a denti stretti, fedeltà indifferente – è un concetto che non entra nel cervello italiano, talmente abituato a saltare sul carro del vincitore da considerare scemo o fanatico chi preferisce mantenere l'obbedienza che deve in quanto membro dell'esercito. “Fare i furbi” è un modo di dire italiano, intraducibile nella lingua (ma anche nell'etica...) tedesca. Per Junger, specie nel biennio 1944-45, continuare a vestire l'uniforme di ufficiale è una scelta di puro pragmatismo. Col potere che gliene deriva potrà se non altro attenuare le durezze dei soldati al suo comando, limitare gli abusi di una polizia ormai fuori controllo e salvare quel poco che si può salvare. Scelta discutibile, come molte altre del libro: ma più che comprensibile, venendo da un uomo che perde in questo quinquennio sia il padre che il figlio, ammazzato in Italia.