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venerdì 16 dicembre 2016

"Steampunk!" Antologia di VanderMeer (Elara)


E' pieno di antologie steampunk lì fuori, tra le quali non brilla certo la qualità, che per altro è piuttosto rara in questo genere. “Steampunk!” a cura della coppia Jeff e Ann VanderMeer è una raccolta che si vuole proporre come base del genere, sia dalla sua nascita che all'attuale seconda ondata in coincidenza col millennio (diciamo fino al 2007/10). L'edizione (solo cartacea) della Elara Edizioni offre più di 400 pagine di bontà steampunk, spaziando tra racconti di ogni genere, dai frammenti di romanzi, alle novelle, alle storie autoconclusive. Un insolito, ma benvenuto apparato saggistico apre e chiude il volume, dando il via a un ottimo incipit con la storia della fantascienza vittoriana ad opera dell'insostituibile Jess Nevins. 

Ero un po' indeciso se l'acquisto a Lucca Comics fosse davvero servito, tant'è che nelle poche pagine di apertura VanderMeer dimostra di non capire nulla di steampunk, com'è in effetti prevedibile da una persona che francamente considero sempre di più un abile showman, piuttosto che uno scrittore autentico. Per sedici euro i suoi soldi l'antologia comunque li vale, anche se in coda alla recensione ho scelto di compilare una lista dei racconti da leggere e quali invece saltare senza pensarci troppo, sia perché non centrano nulla con lo steampunk, sia perché francamente scritti male. Torneremo invece sullo Steampunk nella definizione di Jess Nevins in un altro articolo, anche se al momento non resisto a lasciarvi comunque con questo passaggio: 
Ma gran parte della seconda generazione steampunk non è vero steampunk, ha ben poco se non nulla di “punk”. Le idee politiche della posizione “punk” sono in gran parte scomparse dalla seconda generazione steampunk, che in maggioranza potrebbe essere descritta più precisamente come “steam sci fi” o, seguendo John Clute, “gaslight romance” (“romance” con lampioni a gas). Gli autori delle Edisonate avrebbero odiato la prima generazione steampunk, ma avrebbero approvato la seconda generazione steampunk, con le sue macchine a vapore usate contro i nativi americani nel Western, e macchine da guerra a vapore usate al servizio dell'esercito britannico alla conquista di Marte. 

venerdì 17 luglio 2015

Nemo: Fiume di Spettri - Annotazioni di Jess Nevins e traduzioni dal tedesco


Se in maggio vi stavate chiedendo dove fosse la traduzione delle note di Jess Nevins relative a Nemo: Fiume di Spettri, sappiate che non le stavo scrivendo per una semplicissima ragione: non sapevo fosse già uscito nella traduzione italiana! I due precedenti volumetti erano entrambi scivolati a luglio inoltrato, e davo dunque per scontato che anche questo Nemo: Fiume di Spettri avesse incontrato uguale fine. Tanto di cappello (a tuba) alla Bao Publishing per esser riuscita a mantenersi nelle scadenze. Certo, qualche pubblicità in più sull'uscita del volume non avrebbe guastato: di rado ho visto un'opera di Alan Moore maggiormente bistrattata dalle librerie e dai forum di fumetti.

Qui su Cronache Bizantine da sempre abbiamo un debole per le opere più incomprese e bistrattate del Bardo di Northampton, da Promethea alla Ballata di Halo Jones, e dunque non potevamo certo fare un'eccezione per questo magnifico Nemo: Fiume di Spettri.

Nemo: Cuore di Ghiaccio resta senza dubbio il capitolo migliore della trilogia. L'avventura tra i ghiacci di Janni e della sua ciurma regala pagina dopo pagina visioni tanto orrifiche quanto magnifiche. La mescolanza di Verne, Poe e H.P. Lovecraft fa accapponare la pelle (e non solo per il freddo...) Se confrontiamo Nemo: Cuore di Ghiaccio con Le Rose di Berlino e con Fiume di Spettri, la netta sensazione è che Cuore di Ghiaccio possedesse sostanza narrativa, oltre che visuale. C'erano romanzi, documentazione, idee che nei due volumetti che sono seguiti mancano (quasi) totalmente.

Nemo: Le Rose di Berlino proseguiva la tradizione Mooriana, inoculando in un sostrato di citazioni e idee molto ricco ulteriori livelli di complessità, sia meta-narrativi, che strutturali, che storici. Non si può dire che Nemo: Le Rose di Berlino fosse inferiore al primo volume. Le annotazioni di Jess Nevins a tratti strabordano, azzardano ipotesi, battono vie finora inesplorate. Vi ho apprezzato personaggi carismatici, come Hynkel e Maria, di Metropolis, così come alcune soluzioni visive notevoli (l'attacco aereo al cuore della Berlino “tomaniana”, nelle ultime pagine).
Tuttavia, Le Rose di Berlino prometteva d'affrontare l'argomento nazista. E non lo fa. E' questa la sua grave pecca. Hynkel e i Tomaniani agiscono nelle vignette come automi a orologeria – o a ipnosi, nel nostro caso – senza tuttavia dare mai profondità al fumetto. Un'occasione del genere nel mondo della Lega avrebbe permesso una riflessione di grande respiro sugli orrori nazifascisti, sul fascino perverso della svastica (via, della doppia x...). Al contrario, Moore sceglie uno stile che è un po' comico, un po' action, perdendo così preziose opportunità.

Nella ricezione critica, Nemo: Fiume di Spettri doveva uscire col botto, e invece è uscito col freno a mano tirato. Perchè? Non hanno certo aiutato alcune recensioni negative, che per quanto mi ritrovino d'accordo su alcune questioni, mancano sia di acume critico che di necessaria documentazione. Mi pare che l'esempio più lampante sia la critica mossa da “Evil Monkey” su Fumettologica.
Non è vero che Nemo: Fiume di Spettri è un lavoro marginale, perchè Moore cercava il “fantomatico milione di parole del suo romanzo Jerusalem.” La Bibbia Mooriana è stata conclusa da un pezzo; lo confermano alcune letture, così come numerose dichiarazioni. E non è nemmeno vero che Nemo: Fiume di Spettri è stato accantonato a favore di Providence: la nuova serie lovecraftiana – di cui a proposito dovrò fare di mio pugno un sistema di annotazioni – è in lavorazione da moltissimo tempo, e non potrebbe essere altrimenti visto l'insano livello di verosimiglianza che Moore ci sta gettando dentro.
E' falso, e basterebbe leggere mezza paginetta di annotazioni di Nevins per rendersene conto, che in Nemo: Fiume di Spettri Moore lavori “di evidenziatore”. Al contrario, Nemo: Fiume di Spettri dell'intera trilogia è l'opera più chiusa e misteriosa: Nevins per la prima volta individua riferimenti a cui non sa dare spiegazione! Molte delle strizzate d'occhio Mooriane vedono addirittura spiegazioni multiple da più commentatori diversi, senza che nessuna di queste risulti determinante.
A pagina 24, nella vignetta grande, nascosto nell'angolo in alto a destra, c'è un dinosauro cavalcato da un essere umano stilizzato.
A pagina 21, nella prima vignetta c'è il Tranqilax nascosto nell'angolo in basso a destra.
A Pagina 19, quinta vignetta, l'Ecco Fatto è una citazione da Desperate Dan, fumetto inglese del 1937.
Se questo per voi è “lavorare d'evidenziatore”, allora siete o dei genii, o dei lettori superficiali. Purtroppo, considerando anche la brevità della recensione, la seconda ipotesi è quella giusta.


I nazisti/tomaniani di Nemo: Fiume di Spettri non sono gli stessi di Nemo: Le Rose di Berlino. Questo punto a molti è sfuggito. Nella Berlino di tenebra del secondo capitolo, si teme per la vita di Janni. E' un luogo pericoloso, ricco d'enigmi e passaggi segreti. I soldati di Adenoid Hynkel sono nemici reali. In Nemo: Fiume di Spettri i nazisti sono pure caricature. Sono tritacarne, bambole (termine che non sto usando a caso) da distruggere. Se gli elementi fantastici del mondo della Lega appaiono sempre inseriti in un mondo vivo e “realistico”, i nazisti sudamericani sono la prima invenzione Mooriana a sembrare “fuori posto”. Quest'effetto non è una conseguenza di una narrazione mediocre, come vorrebbero i suoi detrattori. Al contrario, rappresenta l'esplicita volontà di mostrare un'ideologia reazionaria e grottesca, che rivive solo per un artificio della tecnica: la clonazione e la robotica. Himmler e Goldfoot rappresentano un Male già vecchio in partenza, un tumore calcificato che solo attraverso una blasfema fusione d'interessi americani&tecnologia poteva sopravvivere.
Si capisce pertanto il fanatismo di riflesso di Janni Dakkar, esacerbato dall'età della protagonista:
Questo luogo rappresenta una dottrina ritenuta estinta per trent'anni. Dev'essere sterilizzato.

Janni Nemo è ormai anziana. Dai recensori, questo punto non è nemmeno stato argomentato. Abbiamo qui, circostanza a dir poco rara, una protagonista femminile che è contemporaneamente un'ottuagenaria, una guerriera, e una leader. Se mi sapete citare un altro fumetto dove la protagonista è un'anziana combattente, sarei lieto di leggerlo. Ma è piuttosto difficile da trovare. 
L'età di Janni comporta alcune conseguenze piuttosto ovvie: un cancro in divenire, smemoratezza e rigidità mentale. Ma comporta anche la saggezza di saper evitare lo scontro quando necessario, o d'evitare, grazie all'esperienza, la trappola del duello d'onore. È interessante on passant, che Ayesha (la donna bianca per eccellenza) non possa invecchiare. Il suo potere è legato al corpo, e all'aspetto giovanile. Superato l'involucro, tuttavia, non c'è più nulla: come nelle donne-robot che i tomaniani stanno costruendo.


Si potrebbe discutere se il cuore di Nemo: Fiume di Spettri siano le scene d'azione verso il termine, o le vignette grandi che mostrano i panorami fantastici del Sud America.
Sarebbero entrambe assunzioni sbagliate: il vero nocciolo del Fiume degli Spettri sono i discorsi tra Coghlan e Janni Dakkar, alla sera, tra nostalgie e contemplazioni della natura. Sono gli ultimi, significativi, addii di una guerriera che sente la Morte vicina, ma non la teme.

Le note che seguono sono tradotte dalla pagina di Jess Nevins. Se masticate l'inglese, la versione originale è ovviamente da preferire. Ho aggiunto qua e là mie considerazioni, e quando possibile, ho linkato la versione italiana del film/romanzo/personaggio storico in questione. Se vi è stata utile, considerate l'idea di linkarla a chi interessato, in modo che tutti ne possano usufruire.


martedì 31 marzo 2015

Basta supereroi, please


In origine Batman non era un supereroe, ma un investigatore. Proprio così, esatto.
Negli anni quaranta/cinquanta, le avventure di Batman erano dei gialli: occorreva trovare un colpevole sulla base d'un certo numero di indiziati, scovare gli indizi e infine scatenare una “sana” scazzottata. Certo, Batman era un investigatore con mantello, calzamaglia e orecchie da pipistrello. Ma pur sempre un supereroe investigativo. Se il furfante, o la malvagia mafia italiana, osava reagire a volte usava una pistola, o qualche primo “bat-aggeggio”.
Se non mi credete, prima di sputare sentenze leggetevi i fumetti dell'epoca, gratuitamente disponibili sul ComicBookPlus, come sul Open Culture. Scott McCloud, il noto decano del fumetto, sottolinea chiaramente nella monumentale opera “Reinventare il fumetto” le reali origini di Batman:




Le origini del nostro giustiziere mascherato sono dunque chiare: poliziotto vigilantes, sul fascistoide andante. Per l'epoca, tolte quella sospensione dell'incredulità per le orecchiette di gomma, è un normale eroe da fumetto. Non differisce significativamente dal tipico eroe pulp mascherato, quale gli anni quaranta e cinquanta continuavano a sfornare senza sosta. L'oracolo Jess Nevins ve ne saprebbe elencare molti altri, alcuni certo più intelligenti e interessanti del nostro Batman.
L'uomo pipistrello è figlio dunque d'un epoca diversa dalla nostra, quella degli anni cinquanta.
Maccartismo, americanismo rampante, guerra fredda, misoginia&tabagismo, colonialismo del dollaro oltreoceano... Una mentalità puritana che privilegia gli scontri Bene vs Male, dove il Bene è lo status quo e il Male micidiali concentrati di fobie socialiste.
Nulla di piacevole e nulla di particolarmente aggiornato ai giorni nostri.
L'americano dei primi anni cinquanta è una creatura profondamente diversa dall'americano della liberazione sessuale degli anni settanta; così come quest'ultimo inorridirebbe di fronte all'americano repubblicano dell'epoca di Reagan; e questi pure brontolerebbe più di un anatema al vedere la tanto decantata “fine della storia” smentita dal terrorismo dell'ultimo decennio.
Chi la storia la studia, si rende rapidamente conto quanto cambino gli uomini e quanto cambino usanze&società. Questi cambiamenti non si misurano in secoli, ma in decenni. Cercare un filo rosso comune alle vicende storiche o pretendere che, alla base, l'essere umano rimanga uguale è profondamente sbagliato. La storia non ripete sé stessa, non è maestra di vita. E' ingannevole immaginare che l'uomo con pipa e giornale degli anni cinquanta ragioni e agisca come l'uomo collo smartphone e la t-shirt del ventunesimo secolo.
Persone diverse, epoche diverse.
L'americano degli anni cinquanta non è l'americano d'oggi e allo stesso modo i supereroi degli anni cinquanta non possono essere i nostri.
Eppure, qui il meccanismo si inceppa.
Nonostante ci separi infatti un abisso in termini di mode&mentalità dal secondo dopoguerra, ci ostiniamo a leggere Batman. Nonostante ci separi un crepaccio inenarrabile dagli anni sessanta e dagli x-men, ci ostiniamo a leggere di Wolverine. E badate. Non è la distanza o l'interesse che spinge a leggere questi supereroi: non abbiamo con loro la distanza (il gusto?) mentale che abbiamo coi classici quali Dickens, Melville, Poe ecc ecc Non li leggiamo, perché li sentiamo capostipiti. Piuttosto, leggiamo Batman perché lo riteniamo un nostro eroe, un supereroe del nostro tempo. Ma non è del nostro! E' degli anni cinquanta. Un giustiziere mascherato da pipistrello non è un'idea moderna. Non potrà mai esserlo. Trascinati, costretti fuori dal loro naturale ambiente questi supereroi letteralmente impazziscono. Un pensionato vede il mondo cambiare e diventa un feroce reazionario, non per la direzione verso cui il mondo cambia, ma per la paura del cambiamento stesso.
Allo stesso modo, gli attuali supereroi sono pensionati; gli aggiornamenti si limitano a cambi di make up, di trucco e tecnologie, ma in nuce restano supereroi d'un altro secolo. Sono feroci, reazionari... Un po' frustrati, ammettiamolo. Il Batman filmico di Nolan è un Batman violentemente conservatore, come osservava Zizek; e questo non per voluta scelta di Nolan, ma perché un giustiziere del genere, nel ventunesimo secolo, con un'ideologia del genere, deve per forza essere reazionario. Se prendiamo i valori degli anni cinquanta e li trasportiamo nel ventunesimo secolo sembreranno tragicamente antiquati. L'unico modo per imporli risulterà la violenza. Il fascismo, non a caso, è il tentativo di fissare “per fermi” un set di valori e un modello patriarcale di società, pur mantenendo l'accelerazione tecnologica caratteristica della modernità. Batman fa proprio questo: si aggiorna nelle tecnologie, ma continua a venire dal lontano 1939. E li mantiene quei valori! Nonostante alcune opere geniali, come il Batman rincoglionito di Frank Miller e il Batman fiabesco e ingenuo di Burton, il supereroe della DC è risolutamente conservatore.




Vogliamo parlare della Marvel? 

Gli x-men potrebbero sembrare un esempio positivo, ma non lo sono. Emarginati, incompresi e temuti dal normale essere umano, gli x-men vivono segregati dal mondo. Sono simbolo di tolleranza e nonostante l'odio che li circonda soccorrono sempre il “fratello uomo”. Tuttavia, ancora una volta la pervicacia di trasportare valori degli anni sessanta nel ventunesimo secolo ha prodotto risultati aberranti: chiarissimo ad esempio, come gli x-men sostanzialmente siano segregati. Una forma di apartheid durissima, dove non è consentito mescolarsi agli esseri umani. La scuola “speciale”, l'estraniarsi dal razzismo “umano” sono per il ventunesimo secolo sconfitte: perché significano che non c'è stata integrazione tra esseri umani e mutanti.
Gli x-men negano la possibilità di mescolare le razze, negano la possibilità – pure attualissima – di coesistenza tra persone diverse. Chi possiede handicap se ne deve filare. In un'altra classe, in un'altra scuola. Un'idea di tolleranza sì, ma degli anni sessanta!
Il discorso vale in generale sia per i film che per i fumetti. Il film ovviamente farà riferimento all'archetipo per eccellenza del supereroe in questione e per forza di cose ne reitererà i valori. Esistono certo eccezioni, il già citato Burton, e Sam Raimi per la trilogia di Spiderman. Tuttavia il passaggio alla celluloide ha sostanzialmente eliminato quei pochi progressi fatti negli anni; riportando tutto alle origini. Again.
Non voglio ovviamente suscitare sensi di colpa. Non c'è nulla di male nei fumetti di supereroi e c'è molto di buono nella produzione sia passata che attuale. Se il lettore “tipico” di supereroi è ostile per principio al nuovo non è perchè intrinsecamente cattivo.
E' perchè costretto a leggere avventure sorpassate di supereroi sorpassati.
E' perchè costretto a leggere avventure reazionarie in un universo immobile e stagnante.
E' perchè costretto a leggere solo fumetti di supereroi, come se il fumetto non possa essere altro... Se non era per i manga – che poi andrebbero chiamati fumetti giapponesi – anch'io avrei continuato a pensare che Fumetto = Supereroe.
Se ci pensate, Marvel&DCComics sopravvivono dal secondo dopoguerra.
Mezzo secolo di supereroi stantii. Non sarebbe ora di finirla?
Di dare alle nuove generazioni linfa vitale, senza per forza dover rivitalizzare il vecchio?
Siamo nel ventunesimo secolo, diamine. Dobbiamo superare quanto hanno fatto i nostri predecessori. La società, sia europea che americana attuale è tra le più complesse, delicate e mescolate siano mai state create. Non abbiamo più l'omogeneità etnica, sociale, politica che avevamo nella guerra fredda. E per quanto ci sforziamo, non l'avremo mai.
Come possiamo pretendere che supereroi tanto semplicistici riescano a catturare le masse?
Come possiamo pretendere di dar voce a società tanto complesse e delicate con adolescenti spara-ragnatele e uomini pipistrello?
Dobbiamo abbracciare la molteplice visione di culture e società che vengono oggi presentate. Abbracciarle e sfruttarle come un'opportunità più unica che rara di creare qualcosa di nuovo.
Nessuno vuole che il ventunesimo secolo sia un'imitazione da discount del ventesimo.
Credo meriti di meglio.
Un certo Alan Moore, nel lontano 2013, lo spiegò piuttosto chiaramente:

AM: Yeah, that was it. I was seven, seven or eight, something like that, and they were fine, they were brilliant entertainment for children of that age. But it seems to me that – surely the people of the 21st Century deserve something of their own, something that was actually crafted in their times, with their sensibilities in mind.I don’t really see – I mean, much as I would love to just recycle the 1960s forever – we need never have bothered with another decade, in my opinion, if we’d have just rerun it every ten years, that would have been great. But – that is actually what we’re doing, and I don’t think it’s very good.
I really don’t see that – why we should be rerunning variations upon the music of the sixties and seventies. Yeah, I loved it, but this is 2013, you know. It’s – that’s not good enough. This century needs its own music, it needs its own comics, it needs its own concepts, and I – I am also a little worried that perhaps – I mean, I have said that, in the 1980s, comics didn’t actually grow up. I know that there were all those newspaper articles that said ‘Bam! Sock! Pow! Comics have grown up,’ but actually Bam! Sock! Pow! No they haven’t. No, it’s – what they did was, I think, and this might be a controversial statement, but, I think they met the emotional age of the general public, coming the other way. It’s like – there has been a retreat, I think, in this century. I think that because of the burgeoning levels of complexity that assail the entirety of our culture – yes, this is understandable. It’s too much for a lot of people. We were not designed to take complexity like this, and no previous human generation has ever had to take complexity like this. I can understand why people would want to retreat from that. I could understand why they would perhaps be more comfortable with the things that they enjoyed when they were children in simpler times. I can understand all of this. I just don’t think that it is what is best, either for people individually, or for culture. And also, I really just hate to see people having a good time, and enjoying themselves. [audience laughter]


Questa frattura Supereroi Vs Realtà era magari accettabile negli anni ottanta, ma ora in un 2015 mai prima d'ora così complesso e variegato risulta grottesca. Certo, come osserva Moore, un mondo complesso richiede narrazioni complesse, e narrazioni complesse richiedono maggiore impegno dal lettore e dallo scrittore. E in un'epoca dove tutto cospira per privilegiare la doppietta velocità+semplicità, dove il passatempo preferito sembrano le serie tv e dove si continua ostinatamente a fingere di vivere negli anni ottanta (!) questo appello risulta fastidioso.
A scanso di equivoci: non sono contro i supereroi.
Sono contro personaggi vecchi e stravecchi, che provengono dal fondo dell'abisso stantio del fumetto americano e pervicacemente continuano a fare appello a una fascia di lettori sempre più chiusa.
Un vero supereroe del ventunesimo secolo dovrebbe rivolgersi in primo luogo alla sua prima fascia d'età, i bambini. E proporre supereroi adatti a chi è nato negli anni duemila. Non negli anni cinquanta, non negli anni sessanta, non nei stramaledetti anni ottanta. Per chi è nato adesso. Questo non impedirà a chi è adulto di apprezzarli comunque, come non cancellerà quanto di stupendo ha prodotto il fumetto americano nelle ultime decadi. Tuttavia, un cambiamento radicale è necessario.
La Marvel ci sta provando, a “rammodernare” il parco-macchine dei suoi supereroi. Si sa, Captain America afroamericano, Ms Marvel musulmana ecc ecc. Un'uguale svolta l'ha intrapresa la DC, ripartendo da zero con tutte le sue serie. Tuttavia ancora una volta questi non sono che palliativi.
Non basta ridipingere la facciata di un edificio a pezzi per farla sembrare nuova: occorre demolirlo pezzo per pezzo e ripartire dalle fondamenta. Al nocciolo, anche dopo questa (falsa) ripartenza, i fumetti di supereroi che vedono continuano a essere i soliti, mentre le nuove leve di fine anni novanta sono, se possibile, ancor più in minoranza.
Ma naturalmente, che parlo a fare! Chi osa criticare i supereroi è automaticamente contro i supereroi e contro il fumetto, esattamente chi osa criticare alcuni aspetti dei videogiochi è automaticamente “contro” questi medium emergenti.
Non tange nessuno che, perchè un medium venga riconosciuto, lo si deve rendere oggetto di critica. Il mondo dei romanzi non sarebbe quello che è senza secoli di critica letteraria, esattamente come la cinematografia, la musica, l'arte... perchè il medium cresca occorre la maturità di accettarle, alcune critiche. Di accettare che non è perfetto, che c'è molto da migliorare.
Ma d'altronde, avendo citato Moore, sono gli stessi che amano il Bardo di Northampton per Watchmen e V per vendetta e quando gli citi il bellissimo The Swamp Thing, o Prometethea, o Tom Strong spalancano gli occhi ingenui...

Articoli correlati: Vomito ergo sum

Fonti:
Citazione dalla serata londinese trascritta dall'eccellente Pádraig Ó Méalóid:
Lance Parkin’s Magic Words: An Evening with Alan Moore – A Transcription

lunedì 28 luglio 2014

Nemo - Le Rose di Berlino: traduzioni dal tedesco e annotazioni di Jess Nevins


Chi mi segue, sa che rispetto Alan Moore.
Non ne sono un fan, piuttosto un ammiratore. 
Il fan abbraccia con fervore fondamentalista ogni più piccolo prodotto del suo Dio, verso cui prova una prostrazione ai limiti del masochismo. L'ammiratore, invece ne ammira le qualità, senza tuttavia disumanizzare il suo mentore.
Io ammiro l'anarchia di Moore, la sua abilità di forgiare immagini dalle parole, la sua immensa cultura sia alta che bassa, spesso intrecciata senza soluzione di continuità. Ne ammiro perfino l'aspetto, uno dei pochi che tenta un'apparenza e un abbigliamento che si stacchino dalla comune massa di sceneggiatori e disegnatori in maniche di camicia, t-shirt e pantaloncini di bambinetti invecchiati.
Per dirvi, fino a che punto in qualità di ammiratore, si spinge per l'appunto la mia ammirazione: di Alan Moore apprezzo perfino il vestiario! Quell'aura di artista pazzo che tutti ritenevano smarrita nelle nebbie della Londra di fine 800.
Non a caso, è comparso
nel Movimento Chap!

Tuttavia, proprio perché ammiratore e non fan, non mi faccio problemi ad ammettere che alcune sue opere sono peggiori di altre. Nemo: le rose di Berlino è un albo sottotono, rispetto alle sue opere maggiori. Sembra più di guardare il tuo musicista preferito che tira una schitarrata per farti contento, ma senza reale convinzione. Non c'è nemmeno quella rabbia opprimente dell'ultimo capitolo della Lega, “2009”. Nemo: le rose di Berlino rimane comunque un'opera incastonata in una sceneggiatura ferrea, da promuovere e comprare senza riserve; tuttavia la lode giunge a sorpresa per merito dell'artista, Kevin o Neill, che ritrae con pazienza certosina il miglior omaggio fumettistico alla Metropolis di Lang mai disegnato.

Quest'impressione s'è accentuata rileggendo per la terza volta il volume, onde compilare questa lunga lista di Note prese dalla versione inglese di Jess Nevins. I piccoli dettagli che sono emersi erano tutti visivi, nessuno relativo a sorprese nell'ambito dei dialoghi.
Jess Nevins, esperto di cultura pulp e retrofantascienza, è un autentico luminare delle opere di Moore.
Le sue guide, disponibili gratuitamente in inglese, esaminano ogni singola tavola, ogni singola vignetta delle opere di Moore, scandagliando a fondo i riferimenti alla cultura alta e bassa, al pulp, alla letteratura vittoriana, alle curiosità e agli easter egg dispersi tra le righe. Non c'è da vergognarsi che, specie nel caso della trilogia di Nemo, questa gustosa “seconda lettura” sia fondamentale, per realmente apprezzare il lavoro di Moore. I riferimenti sono sempre più astrusi, i personaggi noti a malapena: una guida è indispensabile.

Come se non bastasse, in Nemo: rose di Berlino, un terzo dei dialoghi sono in tedesco.
Non qualche riga, qualche esclamazione: intere vignette, balloon su balloon. Non avendo amici teutonici, ho tradotto dall'inglese di Nevins, con tutti i problemi che ve ne possono derivare. Il mio livello d'inglese è artigianale e in questo caso abbiamo dialoghi dal tedesco tradotti in inglese e infine ritradotti in italiano.
Non so quanto l'operazione abbia funzionato. Ad ogni modo, adesso avete una sorta di traduzione dal tedesco di Nemo: rose di Berlino.

Per sicurezza, per ogni informazione, non solo il tedesco, fate riferimento alla versione originale in lingua inglese di Nevins. La mia è la traduzione di un appassionato, con qualche nota aggiunta; gli errori sicuramente possono incorrere. Ora, aprite il vostro volumetto della Bao a pagina 1, accendetevi la pipa, versatevi un bicchiere di cognac e vediamo d'iniziare...


Pag 1: L'immagine ricorda molto gli scheletri che si abbracciano in Watchmen.

Pag 2 (dal tedesco): "Capitano Nemo: Pirata Scienziato e Macellaio"
Poster di propaganda tedesco, che raffigura Janni Nemo mentre nei panni di una novella Scilla&Carridi affonda una Nave della Croce Rossa. L'appellativo "macellaio" viene inoltre utilizzato dalla stessa Nemo, nei confronti delle persone che tengono prigionieri Hira e Armand. Come osserva Padraig o Mealoid, è tutta una questione di prospettive.

Pag 5 Vignetta 1: La doppia "X X" è il simbolo delle forze Tomaniane di Adenoid Hynkel.
Verrà più volte ripetuto nel corso della storia.

Vignetta 2: "Heil Hynkel."

Come già scritto nella recensione, non c'è un vero e proprio Adolf Hitler nel mondo degli straordinari Gentlemen, esattamente come non ci sono Mussolini e altre importanti figure storiche. In cambio, abbiamo i loro analoghi letterari o filmici. In questo caso, Hitler è stato rimpiazzato da Adenoid Hynkel, l'alter ego di Hitler nel capolavoro Il grande dittatore di Charlie Chaplin (1940). Ambientato nello stato inventato di Tomania, il Grande Dittatore ritrae l'inarrestabile ascesa al potere di Hynkel.

(dal tedesco, Hynkel) "Sì, sì (Ja ja!). "Quando quei negri lassù si saranno stancati di bruciare
le loro mummie, penso che potremmo fare a meno delle formalità. Che cos'ha
da dire sua maestà reale, riguardo il nostro piano?"

Uno dei modi più dispendiosi per difendersi dalla freddissime notti nel deserto era di bruciare vecchie mummie per tenersi al caldo. Tessuti secolari e friabili, imbevuti di antichi oli... un'ottima esca per il fuoco!


mercoledì 7 maggio 2014

Nemo Propheta in Antartide


Nemo - Cuore di ghiaccio- Guida alla lettura

I testi di Moore non sono mai testi facili.
Specie la saga degli Straordinari gentlemen, che si presenta stratificata a più livelli, con un gran numero di dettagli che vanno facilmente persi. Ad aggravare il tutto, se i primi due volumi della saga ambientati nell'Ottocento sono godibili senza troppe difficoltà interpretative, è negli ultimi volumi che Moore dispiega un armamentario di metafore, simbologie e riferimenti che spesso sovrastano il puro piacere della storia.

E' il caso di Nemo, cuore di ghiaccio.

Primo volumetto di un'agile trilogia, per il momento mi ha colpito più per il personaggio di Janni che per la sceneggiatura in sé. Nel volume Century - 1910 della Lega era un personaggio ancora in fieri, in una trama di rape&revenge. Nella nuova trilogia è invece un personaggio femminile forte, nel senso positivo del termine. Non forte fisicamente, ma con una psicologia ben delineata, determinata e se vogliamo giocare al piccolo multiculturalista americano, un capitano femminile di nazionalità indiana a capo di un equipaggio di pirati-reietti di ogni angolo del globo. Non male, no?
Già l'idea in sé di un'eroina indiana cozza violentemente contro le attuali protagoniste, improntate al biancore abbronzato degli Stati Uniti, del pallore svedese, se non albine in alcuni casi. A voler leggere davvero Alan Moore, invece che piagnucolare su articoli di giornalisti-scarafaggi, è davvero difficile considerarlo un violento esagitato; si riscontra invece la continuità con la linea anarchico-comunitaria di Michael Moorcock, volta a decostruire prima il “buono” impero coloniale inglese, poi il “libero” (mercato?) dell'Americanismo. Ma per carità, questa è solo una mia opinione...

Dal punto di vista della lettura, Nemo, cuore di ghiaccio rimane tuttavia un'opera stancante, molto cripitca nel gioco citazionista imbastito da Moore.
Ci viene allora in soccorso Jess Nevins, esperto di cultura vittoriana e pulp, la cui cultura enciclopedica si dispiega in fenomenali articoli su Io9. Conoscevo Jess Nevins per la definizione che forniva di steampunk
"Steampunk is What Happens when Goths discover Brown"
Ma sembra che non sia nuovo a compilare appunti sulle opere di Moore; sua è infatti è una guida interpretativa ai primi due volumi (esatto, quelli ultimamente ri-pubblicati in formato tascabile dalla Bao) che con mia grande sorpresa è anche stata tradotta dalla Delos. (La Lega/ Vol. 1 Eroi e mostri). Cercherò di procurarmela in futuro. Le guide sono comunque facilmente rintracciabili su Internet, a disposizione di tutti per volontà dell'autore. Il riferimento alle pagine inglesi mette in difficoltà, ma le sto trovando illuminanti; sembra finalmente di avere una chiave d'accesso a qualcosa che guardavi dall'esterno restandone affascinato, ma senza capirci troppo.
Utile, insomma.

Nel caso di Nemo, cuore di ghiaccio avevo promesso una guida e ho così deciso di cannibalizzare il lavoro di Nevins, riorganizzandolo in riferimento alle pagine e alle vignette dell'edizione della Bao: Nemo Cuore di ghiaccio. Spero possa esservi utile. Non ho tradotto e riportato tutto quello che diceva Jess Nevins, ed eventuali errori sono tutti dovuti alla mia incapacità. Per una visione estensiva e completa, consiglio vivamente di leggere le notazioni nel testo in inglese (Annotations/Nemo's Heart of Ice).
Pagina 1.
In alto, il motto "Mobilis in Mobili" è il tradizionale motto di Nemo nel Nautilus Verniano, di Ventimila Leghe sotto i mari.

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Locandina pubblicitaria.
Kor è il nome di una capitale di una civiltà decadente e morta da tempo presente nei romanzi vittoriani di H. Rider Aggard, quelli con protagonista Allan Quatermain, membro "umano" della Lega degli Straordinari Gentlemen.

White Star – Linea Titan

Nella versione "storica" esisteva una Linea Star, una compagnia commerciale britannica che possedeva il Titanic. Nel mondo "alternativo" di Moore, il Titanic non è mai affondato, e in cambio domina la linea Titan, colossale trasporto passeggeri.
Non deve ovviamente sorprendere nessuno ch'esista un romanzo scritto nel 1889 in cui la linea Titan affonda colpita da un iceberg: Futility, or the Wreck of the Titan di Morgan Robertson.
Colori e stile della finta locandina riprendono un'iconica locandina art Deco di quei tempi (Normandie poster)