Donne, dirigibili e brutti contadini: XIV
Uff, faticaccia, scrivere quest'altro capitolo. Come al solito, se vi va commentate: impressioni, imprecisioni, errori di battitura, sano trollaggio, insomma fatemi sapere ^___^
Avviso: mi sono concesso un po' di fan service. Spero me lo perdonerete, fedeli lettori ^^
La stanzetta d'albergo puzzava di tabacco da pipa, erba, vestiti non lavati. Katherina arricciò il naso, rimpianse di non aver potuto affittare stanza più consona al suo alto grado.
Erano ormai otto mesi che non le giungeva la regolare paga da capitano; ma nel vasto labirinto di scartoffie e lettere della burocrazia repubblikana non era poi così strano. Sopravviveva come il resto dell'equipaggio razziando contadini e villaggi, sottraendo continue quote al raccolto ufficiale.
Enrico lo definiva "rubare", Katherina, come molti altri, preferiva la più morbida definizione di "prestito".
- Insomma Milady! Trattenga il fiato, le ho detto! Pancia in dentro!-
- Ma è proprio necessario stringere fino a questo punto?- disse, e con sorpresa si accorse che stava sussurrando. Respirò. Sentiva il torace costretto nella gabbia metallica del corsetto.
Il cuore accelerò i battiti. Tentò un sospiro, mezzo rantolo soffocato.
- Breathing is unimportant, milady! -
martedì 21 agosto 2012
mercoledì 8 agosto 2012
Fight for space
We choose to go to the moon. We choose to go to the moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard, because that goal will serve to organize and measure the best of our energies and skills, because that challenge is one that we are willing to accept, one we are unwilling to postpone, and one which we intend to win, and the others, too.
(J.F. Kennedy)
Un nuovo robottino è arrivato su Marte.
Rotelline per muoversi, bracci meccanici per cogliere i delicatifiori pietre del deserto marziano.
Impiantata nella testolina metallica istruzioni di cercare la vita.
Forse metano, forse resti fossili. Senza dimenticare la favoleggiata acqua.
(J.F. Kennedy)
Un nuovo robottino è arrivato su Marte.
Rotelline per muoversi, bracci meccanici per cogliere i delicati
Impiantata nella testolina metallica istruzioni di cercare la vita.
Forse metano, forse resti fossili. Senza dimenticare la favoleggiata acqua.
sabato 28 luglio 2012
Sono un automa caricato a molla: tick tock!
Il ridottissimo cortometraggio- appena 11 minuti- è il prodotto del regista inglese Amin Mueller, che ha così concluso degnamente il suo master universitario. Le riprese- alquanto accurate- sono durate cinque giorni, ma il lavoro di rifinimento di immagini e suoni, superbi quest'ultimi, sono durati oltre un anno.
L'effetto è buono, e grazie a una narrazione breve e densa permette al film di distinguersi dal mare magnum di video di cosplay che affollano il tubo.
Non credo si possa definire steampunk, sebbene il suo primissimo premio l'abbia vinto in una competizione dedicata a Portland. L'elemento steam si limita a ingranaggi e look, che per quanto riusciti conoscono qualche esagerazione. (Perchè inserire sempre gli occhialoni? Perchè?)
La definirei dunque storia gotica con inserti steampunk ^^
Spesso ho davvero l'impressione di sentirmi una marionetta, un fantoccio manovrato da invisibili ragnatele, balocco di dei beffardi; altre volte mi sveglio e- forse complici gli studi nel meccanicismo cartesiano la sensazione d'essere un automa caricato a molla, uno di quei vecchi soldatini a cui avviti la croce nella schiena fino a torcere la molla allo spasimo, per poi lasciarlo andare, un frenetico passo dietro l'altro...
E' alquanto snervante.
Non è l'olio che t'alimenta, è il caffè: ma cambia poi molto in fondo?
Sono entrambi fluidi velenosi, alla fin fine ^__^
Attualmente Best Movie detiene il monopolio di Tick Tock: scelta infelice, considerando quanta maggiore visibilità permetterebbe youtube:
giovedì 19 luglio 2012
Orologio all'assalto
Donne, dirigibili e brutti contadini: XIII
- Che posto è mai questo?-
Per una volta, osservò Katherina, Kelly parlava sincera, senza la solita fastidiosa patina di arroganza e autorità. Si tormentava una ciocca di capelli neri col mignolo, mentre lo stivale sinistro batteva a terra, nervoso.
- E' un ascensore, commissaria. Sa, quelle macchine tirate da carrucole, che vanno su e giù-
Mimò l'atto con tono di scherno. Il senatore alla battuta sospirò. Si appoggiò alla parete rivestita di legno lavorato dell'ascensore, premette il bottone "-1" sul display in oro battuto.
martedì 17 luglio 2012
Nel nome di sua maestà! (Vittoria, ovviamente!)
" Lunga vita alla regina! "
Si pulisce i baffetti dalla schiuma della birra, sbriga una veloce occhiata al pub deserto: sicuro d'essere in pace digita sulla tastiera in avorio lavorato, clicca col mouse in acciaio cromato "Nuovo post" sullo schermo lamierato in ottone.
Ho scoperto relativamente da poco gli Osprey. Al negozio del modellismo locale i pochi albi erano invariabilmente dedicati al periodo napoleonico, che nella sua parata di soldati pagliaccio mi hanno sempre lasciato decisamente freddo e piuttosto indifferente.
Ad ogni modo, sfogliandoli ho sempre apprezzato l'estrema cura nella ricostruzione, il livello perfezionista di dettaglio con cui vengono spiegate truppe e armamenti, senza dimenticare quantomeno utili analisi della situazione storica del dato periodo.
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| Un'adorabile baldracca. |
Si pulisce i baffetti dalla schiuma della birra, sbriga una veloce occhiata al pub deserto: sicuro d'essere in pace digita sulla tastiera in avorio lavorato, clicca col mouse in acciaio cromato "Nuovo post" sullo schermo lamierato in ottone.
Ho scoperto relativamente da poco gli Osprey. Al negozio del modellismo locale i pochi albi erano invariabilmente dedicati al periodo napoleonico, che nella sua parata di soldati pagliaccio mi hanno sempre lasciato decisamente freddo e piuttosto indifferente.
Ad ogni modo, sfogliandoli ho sempre apprezzato l'estrema cura nella ricostruzione, il livello perfezionista di dettaglio con cui vengono spiegate truppe e armamenti, senza dimenticare quantomeno utili analisi della situazione storica del dato periodo.
sabato 7 luglio 2012
Miraggi
Breve racconto autoconclusivo. Potrebbe interessare le condizioni in cui l'ho scritto: sera tardi, decisamente ubriaco, col cervello surriscaldato dal troppo caldo ^__^
Forse in futuro proverò ad ampliarlo, o dargli uno scheletro di trama: in ogni caso commentate pure la vostra opinione.
Miraggi
Odio
l'estate.
La
birra che sorseggio è calda, amara: la schiuma straborda sulle dita,
il gusto è rancido, decisamente marcio. Larghe macchie di sudore
appiccicaticcio s'allargano sotto le ascelle. Risistemo il colletto,
fradicio. Fottuto caldo. Bevo un altro sorso, per poco il bicchiere
non mi scivola dalle mani sudate.
Il
barista dà una ripassata all'impasto di gel, sporco e sudore dei
suoi capelli, spinna svogliato l'ennesima birra bollente.
-
Dicono che cambierà il tempo – Un mio amico, compagno in bevute, è
in vena di parlare: alza un dito, tiene coll'altra mano il boccale di
birra; piscio caldo... Birra, mi correggo, gocciola per terra. - I
meteorologi hanno annunciato un...- S'interrompe, aggrotta la fronte.
Posso immaginare i suoi pensieri sbattere braccia e piedi nel
tentativo di mantenersi a galla nel mare d'alcool che abbiamo in
corpo- Fronte temporalesco-
Sorride,
soddisfatto.
-
Speriamo, speriamo. Dio, qui si cuoce – Termino la birra in fretta,
ne ordino un' altra con segno del pollice al barista. Serpentine di
sudore mi scorrono lungo le tempie, dipingono strani arabeschi nel
legno del bancone. Immergo il grugno nella birra, per poco non sputo
tanto fa schifo.
Fosse
almeno fresca... Fuori dal bar, gruppetti di palestrati fanno mostra
dei muscoli, abbronzandosi al sole. Fighetti del cazzo.
Qualche testa galleggia nel mare, bizzarra lontana visione.
-
Quando arriva Elizabeth, hai detto?- chiedo per l'ennesima volta
all'amico. Tiro fuori il cellulare, l'appoggio al bancone rovente.
Nessun messaggio, nessuna suoneria. Morto cotto, proprio come il
sottoscritto.
-
Alle cinque, no? Te l'ho già detto, ricordi?-
-
Me l'ha già detto, gliel'ho già chiesto. Ma questo tempo, questa
dannata calura. Distorcono il tempo, allungano le ore. Mi passo una
mano davanti agli occhi. La realtà muta, con tutto questo caldo.
Guardo la birra. La ricordavo piena, dannazione. Ne ordino un'altra.
Rispondo.
-
Già. Ma sono le cinque e mezza, vecchio mio.-
L'amico
batte una pacca sulla spalla, consola: - Arriverà. Abbi fede.-
Annuisco.
Bevo in fretta un paio di sorsi. Quanto- penso- sarebbe figo se fosse
già autunno? E se il bicchiere che stringo fosse un calice in vetro
lavorato, e non plasticaccia bianca? E se invece di rumorose auto,
fossero le carrozze a rotolare sul selciato? E se invece di questa
lurida camicia azzurra indossassi un panciotto di raso, una tuba
nera, l'elegante elsa di un bastone da passeggio nella mano? Passo la
mano sulla fronte, la detergo... Asciutta.
L'amico
mi sorride, alza il calice pieno di vino e sorseggia con eleganza un
breve sorso. Gli orli in filo d'oro della giacca a code luccicano
sotto la luce. Appoggio il calice- vetro lavorato- sul bancone.
Accanto al bicchiere appare poggiato un cappello a cilindro, lucido
feltro nero.
Dalla
vetrata del bar, scorgo la strada. Selciato a porfido, continuo-
costante rumore di zoccoli e cavalli e gentiluomini in ghetta e tuba
e fanciulle in crinolina e corsetti.
E' un
attimo, una frazione di secondo. Il barista mi porge la quarta (o
quinta?) birra.
Appoggio
le labbra al bicchiere... ed è plastica. Nascondo una ciocca umida
dietro l'orecchio. Caldo di nuovo. Birra rancida. Di nuovo.
Ventunesimo secolo, welcome to hell! Sbottono la camicia bagnata.
Fuori, un autobus scoreggia in avanti, vomita una torma di ragazzini
urlanti.
-
Ehi! Ehi!- L'amico mi batte il pugno sulla spalla. - Guarda,
Elizabeth è arrivata!-
Mi
asciugo la fronte per la terza volta. Fra i palestrati stesi come
pezzi di carne a rosolare al sole, le vecchie dalle tette rifatte, i
bambini piccoli demoni ricoperti di sabbia avanza una sottile,
flessuosa figura. Bevo un primo sorso. Passo dopo passo Elizabeth si
avvicina, i capelli rossi come ardenti braci alla luce del sole. Bevo
un secondo sorso. Elizabeth si protegge dal sole con un parasole
color panna, affannoso respiro sotto il corsetto vittoriano. Bevo un
terzo sorso. Un'improvvisa brezza spazza il bar, quando Elizabeth
entra nel bar. La sottile figura a S di gonna e bustino si piega in
un saluto. Per un effimero attimo mi sento rivivere.
-
Pensavo... Pensavo avessi cambiato idea- Borbotto.
Sorride,
strizza un occhio. Io accenno un baciamano, rifiuta trillando di
sorpresa.
-
Sempre così fuori dal mondo, amico mio!-
La
mano inguainata nel guantino nero che stavo per baciare scompare, mi
rendo conto di come Elizabeth indossi una T-shirt fabbricata a
macchina, tristi pantaloncini tagliati al polpaccio. E fa caldo. Di nuovo.
Agguanto il bicchiere, lo trovo vuoto.
-
Barista, un'altra birra!-
sabato 30 giugno 2012
Idiosincrasie di piccoli scrittori
Guardare, monitorare le tendenze che
imperversano sul Web è un’attività squisitamente fancazzista, ma
alquanto divertente, se si riesce a mantenere un minimo di occhio
“clinico”.
Per quanto riguarda la scrittura ho
innanzitutto notato un abuso della parola “derviscio”.
Sinceramente non ne capisco il motivo,
ma saranno già quattro, cinque fra racconti e romanzetti che
presentano questo paragone: “piroettò come un derviscio”/ si
agitò come un derviscio/ con l’agilità dei dervisci dell’antico
oriente…”
Ora, cos’è un derviscio? Secondo
mamma wikipedia un danzatore sufita dell’avanzatissima (sic)
civiltà islamica, la cui danza più famosa è… Roteare su se
stessi. Già avete capito bene. Quasi rimpiango il paragone con gli
scoiattoli volanti (orrore!) di Dimitri in Alice nel paese della
Vaporità.
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| un agile e scattante derviscio^^ |
lunedì 25 giugno 2012
Amori perduti
Donne, dirigibili e brutti contadini: XII
Si respirava carbone.
Il pavimento, marmo antico ricoperto da lettere di mosaico, stava letteralmente andando in pezzi sotto i piedi di centinaia di studenti e scienziati. Transenne e un rotolo di filo spinato delimitavano un vasto squarcio nel pavimento, al cui interno membri della polizia locale prendevano appunti, facevano domande, analizzavano con lente d'ingrandimento microscopici dettagli.
mercoledì 20 giugno 2012
Vomito ergo sum
A volte quando
penso che viviamo nel 2012 (2012!) non cesso di stupirmi.
Non certo per
strambe profezie di popoli amanti di sacrifici umani e incapaci di
costruire una misera ruota, quanto per il fatto che siamo finalmente
entrati nel ventunesimo secolo.
Vi rendete conto?
Viviamo in quella
che i nostri nostri predecessori non smettevano di considerare
un'epoca d'oro. Incredibile progresso.
Colonizzazione
dello spazio.
Macchine volanti.
Sconfitta delle
malattie.
And so on.
Nulla che la
fantascienza degli anni 50/60' predicasse s'è avverato.
Nulla di quanto il
movimento cyberpunk anni 80/90' profetizzava s'è avverato.
A tutti gli effetti
gli unici autentici progressi vi sono stati nei mass media, nelle
tecniche di comunicazione, nel pittoresco mondo del cyberspazio: ma
ancora una volta è un'evoluzione stentata, zoppicante, in ultima
analisi fallimentare.
Non sarà certo
l'ipad che mostreremo alle successive generazioni, affermando: questo
ha fatto la storia, figliolo (sic).
Spesso si dice: abbiamo chiesto troppo.
Abbiamo preteso
troppo.
Macchine volanti?
Che idiozia.
Colonie su Marte? Impossibile.
Andare sulla Luna? Nonsense...
Colonie su Marte? Impossibile.
Andare sulla Luna? Nonsense...
Si riduce sempre lì
il succo del discorso: non è possibile richiedere più di tanto
dalla tecnologia.
Ci vorrà molto più
tempo prima che succeda.
Oppure: è
veramente necessario? Non dovremmo occuparci della Terra, piuttosto?
O della povertà,
le guerre intestine, la mafia?
Perché sprecare risorse, e soldi e ricerche nel progresso?
Perché sprecare risorse, e soldi e ricerche nel progresso?
Esiste un termine
che s'andò affermando, verso la fine dell'ottocento che si adatta
molto bene per feccia di questo genere: Luddisti. Il luddista rifiuta
la tecnologia, le macchine in quanto ritiene siano alla base del suo
stato di povertà. Spesso questa convinzione- e rifiuto- s'accompagna
a un ridicolo ritorno alla natura, intesa come madre, essere
benevolo, matrice d'ogni bontà.
Disgustosamente
rousseiano.
Secondo i nuovi Luddisti non c'è nulla sulla Luna che valga la pena di nuove
spedizioni.
Secondo i nuovi
Luddisti la tecnologia va bene così com'è, senza troppe
innovazioni.
Secondo i nuovi Luddisti tutto deve rimanere fermo, anzi se possibile retrodatarsi,
andare indietro nel tempo se non nei fatti almeno nello stile.
![]() |
| Luddisti: un ottimo spunto steampunk ^__^ |
E giungiamo quindi
al nocciolo del problema. Per merito dei Luddisti, non è la
tecnologia che smette d'evolversi, è la cultura. Perchè se nel
progettare un razzo che vola su Marte vi sono oggettivi problemi
scientifici, non esiste valida giustificazione al momento di valutare
l'evolversi della cultura.
Cultura che mostra ai pari della
tecnologia, nessun progresso.
Da più di un decennio si ripetono-
perpetuano- modelli letterari e artistici che sono cloni malriusciti-
sfigati di quanto già era diffuso negli anni 80/90'. E' come se Dio
avesse congelato un intero mondo e lo costringesse a rivivere secondo
per secondo quanto già si rifletteva, valutava negli anni 80'.
La musica?
Ripercorre vecchi consunti stilemi, ingessata dalle richieste del
mercato, asfissiata dalla mancanza di coraggio nello sperimentare.
Perfino l'elettronica- musica "giovane" ricerca il passato.
L'arte moderna?
Giace morente, annegata nel suo stesso vomito narcisista.
La scrittura?
S'automodella sulle riflessioni del passato, perpetuando gemelli
omozigoti di opere letterarie viste e straviste. L'ebook stesso,
perfino nei paesi di massima diffusione- es. America- non sfrutta
nessuna potenzialità concessa dall'elettronica. Un esempio?
Hyperlink. Il saltare di pagina in pagina con il semplice cliccare di
un tasto. C'è qualcuno che l'abbia davvero sfruttato, per accedere a
pagine Internet, dare voce a una narrazione corale, interfacciando
rete e lettura? Al momento mi sovvengono solo esempi d'ebook per
"bambini" e qualche occasionale ebook di formazione.
Al momento gli ebook sono solo libri: libri in digitale, e non su carta, ma libri tradizionali a tutti gli effetti.
Al momento gli ebook sono solo libri: libri in digitale, e non su carta, ma libri tradizionali a tutti gli effetti.
Il videogioco?
Fiorisce a nuova vita il retrogaming, s'osannano i capolavori del
passato. Anni 80, 90, l'età d'oro. Con Kickstarter si batte duro sui
desideri dei giocatori: vogliamo il passato si pretende. Vogliamo i
vecchi giochi. Nuova grafica? Sì, ma senza esagerare. Deve sembrare
vecchio. Vecchio è bello. Gli anni 90, ah che bei tempi. Cosa? Non
ci sono mai vissuto? Non importa, sono l'alba dei videogiochi, è
giusto imitarli e imitarli e imitarli senza tregua.
Ho volutamente
trascurato il cinema per due motivi: primo, non è "medium"che
conosco bene quanto libri e videogiochi; in secondo luogo i continui
sequel, reboot e rifacimenti lo rendono un bersaglio fin troppo
facile, al punto che parlando di film perfino nel gregge della gente
comune si avverte bene questo senso di "stanchezza",
autentica stagnazione creativa.
Atto di forza
(1990): remake in dirittura d'arrivo nel corso del 2012.
Judge Dredd (1995):
reboot in produzione per il 2013.
Ironia delle
ironie, qual'era la musica di sottofondo mentre scrivevo
quest'articolo?
I fight dragons,
ovviamente. Stile, video, musica letteralmente intrisi d'anni 80/ 90.
Save world, get girl
Ah nostalgia
canaglia!
Fonti sparse:
Anacronismi , articolo di Matteo Bittanti, Significativamente il sottotitolo recita "Intrappolati negli anni 90".
L'immagine dei Luddisti intenti alla distruzione del telaio è dell'artista Peter Jackson, diritti riservati.
I fight dragons hanno messo gratuitamente a disposizione numerose canzoni sul sito ufficiale, dateci un occhiata se vi va. (album KABOOM, in particolare)
Il manifesto Golden Age, con fidanzatini astronauti che guardano la partenza del razzo- ah finissime allusioni fallocratiche - è stato preso da una raccolta di vecchi manifesti retrofuturistici
"Soon there will be no one who remembers when spaceflight was still a dream, the reverie of reclusive boys and the vision of a handful of men" -Wyn Wachhorst, 1995.
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