1516.
Tributo bambino al Sultano, futuro giannizzero e visir, Sokullu
Mehmed Pasha vede dalla sua cesta passare il fiume Drina. Il
traghetto lo traversa lento, ondeggiando paurosamente tra i flutti
bianchi di spuma. Nella mente del bambino sorge una meravigliosa
visione: un ponte di pietra bianca, collegamento tra Serbia e
Bosnia, che rivoluzioni la vita della piccola cittadina di
Visegrad.
1571.
Sotto la guida del crudele consigliere Abigaga, inizia la costruzione
del ponte sulla Drina.
1573.
Abigaga tiranneggia gli operai, li maltratta. La costruzione va a
rilento. Un anziano serbo, che vede nel ponte un'infamia dei turchi e
dell'Islam, lo sabota di notte. E' catturato e impalato.
Credo sia
nella scena dell'impalamento che il romanzo di Ivo Andric, Il
ponte sulla Drina, mostra davvero di che pasta è fatto. Fino a quel
momento il romanzo poteva infatti sembrare un'allegra scampagnata,
una rievocazione con lacrimuccia all'occhio del passato bosniaco
dello scrittore, nato proprio a Visegrad. Il romanzo infatti parte
con un incipit degno dei Promessi sposi, con un'ampia
descrizione geografica del luogo e dei suoi abitanti nell'800. Già
tuttavia al momento di descrivere il ponte, un gusto per il sangue
e il macabro trapela a spezzare l'eccessiva nostalgia, il
rischio di una descrizione pastorale e artefatta:
